Verstappen: vincere non basta
Che cosa significa essere un vincente? Non esiste definizione valida, si tratta di una somma di fattori, di un'addizione ribelle alla quale la matematica non sempre riesce a fornire risultati certi. Sussistono parametri, ovviamente, e anche troppi luoghi comuni, ma non può esserci una risposta univoca con buona pace di chi si arrovella per stilare classifiche e commentare a casaccio.
E che cosa significa essere Max Verstappen? Il campione olandese rappresenta forse un caso unico tra i piloti. Gettato nella gabbia dei leoni non ancora maggiorenne, reo di troppa esuberanza e di enorme strafottenza all'epoca dell'esordio, ha saputo trasformare i molteplici errori in una perfezione chirurgica, la tracotanza in misurata freddezza, le esitazioni in una nobile perfezione. Un risultato encomiabile, ma a quale prezzo?
Un'infanzia mai vissuta, un'innocenza tradita, una rabbia fomentata. Da chi doveva rappresentare la guida, da chi doveva essere faro nella notte e invece ha sempre ricacciato Max nel buio. Una tenebra dalla quale è riuscito a emergere da solo, grazie alle sue forze, da subito costrette a diventare titaniche. Un bambino che reggeva sulle spalle il peso di un mondo gigantesco, fuori misura e fuori tempo. Ma lui a questo mondo si è adattato, fino a plasmarlo, a soggiogarlo, in modo che non potesse mai più ferirlo.

Qualcuno potrà argomentare che tutto questo fa parte del DNA dei vincenti, potrà rispolverare la ruggine tra Senna e Prost. Ma il paragone non regge. In quel caso parliamo di duelli rusticani, praticamente all'arma bianca, manovre quasi lecite in una Formula Uno che ormai fa parte del passato. Lo scontro era ideologia, una contrapposizione di modi e di ideali, una guerra tra uomini.
Max invece mostra la ferocia a priori, anche quando non è necessaria. Il confronto diviene minaccia, l'avversario qualcuno da annientare utilizzando ogni mezzo, lecito o illecito. Un'offesa per se stesso, che ha tutte le carte per giocare ad armi pari, e gli assi nella manica che molti non possiedono.
Alla fine Verstappen cade in piedi, sportivamente parlando, con un bottino di dieci punti, nonostante i danni da contatto e i secondi di penalità. Ma dal lato umano rimedia un'irrevocabile squalifica: sarà impossibile definirlo ancora campione. Almeno fino a quando non avrà capito il peso delle proprie azioni e l'importanza di certe parole.
Crediti foto: Oracle Red Bull Racing