C’è un fantasma che si aggira nei box della McLaren, ma non ha forma meccanica. Non è un problema di fondo, né di sospensioni, né di aerodinamica. È qualcosa di più sottile, più umano. Si chiama fiducia, e ultimamente Oscar Piastri sembra averla smarrita.
Da Woking, tuttavia, il messaggio è chiaro: nessun cambio di telaio. La squadra non cederà alla tentazione di un rimedio simbolico, di una “terapia meccanica” per un problema che nasce altrove. Lo aveva già anticipato Andrea Stella dopo il Gran Premio del Messico: la MCL39 di Piastri è in perfette condizioni.
Il team principal non vuole alimentare illusioni. In un’epoca in cui la Formula 1 è laboratorio scientifico e psicologico allo stesso tempo, la McLaren non intende ricorrere a gesti di altri tempi. “Sarebbe un modo un po’ antico di agire”, è la frase proferita dal manager Mark Webber e che fotografa, tra le altre cose, la linea di pensiero del team: chi cerca la risposta nel telaio, spesso non vuole guardare nel luogo giusto.
Oscar Piastri e la MCL39: un legame di fiducia spezzato
La crisi di Oscar Piastri non è tecnica, ma percettiva. È il modo in cui il pilota sente – o meglio, non sente più – la propria macchina. A Baku, due incidenti ravvicinati hanno incrinato quella simbiosi istintiva tra uomo e mezzo, un rapporto che vive sul filo dei millimetri e delle sensazioni. Da allora, Piastri ha perso qualcosa nella spinta, nella fluidità di guida, nella naturale aggressività che lo aveva reso l’unico vero contraltare interno a Lando Norris.

I tecnici lo hanno verificato più volte, prima e dopo il Messico: la MCL39 è identica a quella del compagno di squadra, bilanciata, efficiente e performante. I dati della telemetria confermano che non ci sono variazioni di comportamento strutturale. Ma nella testa di un pilota, la realtà oggettiva conta meno della percezione. Se un errore o un crash rompe l’equilibrio mentale, ogni curva può diventare un dubbio, ogni vibrazione un sospetto.
È qui che si gioca la partita più complessa per un team: riaccendere la fiducia senza indulgere alla superstizione tecnica.
L’anacronismo del cambio di telaio
Negli anni ’90 o nei primi 2000, cambiare telaio poteva avere un effetto quasi catartico: si consegnava al pilota una vettura “nuova” anche solo psicologicamente, come a dirgli che il passato era archiviato. Ma nella Formula 1 di oggi, dove tutto è controllato con precisione digitale e in cui la scure del budget cap non consente fughe in avanti, il telaio non è più un talismano.
Andrea Stella e i suoi ingegneri lo sanno bene. Sostituirlo significherebbe mandare un messaggio ambiguo: “Sospettiamo che il problema sia meccanico”. Invece, la compagine campione del mondo vuole togliere ogni alibi e aiutare Piastri a ritrovare la propria fiducia nella macchina che ha già. È un approccio psicologico inverso, quasi pedagogico.
Lo stesso Mark Webber, manager e mentore del giovane australiano, ha escluso che si sia mai discusso di un cambio di scocca. Segno che, nel clan Piastri, la consapevolezza del problema mentale è chiara. La priorità è ritrovare la leggerezza, la libertà interiore di spingere senza freni, non il telaio perfetto.

Dati e sensazioni: la scienza non basta
Eppure, a Woking non si lasciano trascinare solo dalle parole. La MCL39 di Oscar è stata esaminata parte per parte: tutto rientra nei parametri. Non si cerca un guasto, ma una conferma oggettiva che la macchina non mente. È un processo più psicologico che tecnico, una verifica che serve a eliminare ogni dubbio, non a scoprire qualcosa di nuovo.
La squadra è attenta a ogni sfumatura. Sa che basta un dettaglio per riaccendere la fiducia: una piccola modifica ergonomica, una sessione di simulatore più produttiva, una riunione tecnica impostata sul dialogo e non sulla diagnosi. Tutto, pur di far tornare Piastri nel suo spazio mentale di comfort competitivo.
Il momento non aiuta. Dopo il successo di Norris in Messico – e la perdita della leadership iridata da parte di Oscar per un solo punto – il clima interno si è ulteriormente complicato. La McLaren, già campione Costruttori, si ritrova ora con due piloti in corsa per il titolo mondiale, ma solo uno dei due sembra in piena fiducia.
Norris vola, spinge, domina mentalmente il box. Piastri, invece, appare trattenuto, più attento a non sbagliare che a vincere. È la trappola classica del pilota in crisi: la ricerca della perfezione diventa zavorra. Eppure, la McLaren ha bisogno di entrambi. Le ultime gare – Brasile, Las Vegas, Qatar e Abu Dhabi – richiederanno una doppia offensiva se davvero la squadra di Zak Brown vuole tenere a distanza la Red Bull di Verstappen.
Il metodo McLaren: razionalità contro superstizione
In questo scenario, la scelta di non cambiare il telaio assume un valore più ampio: è un manifesto tecnico-culturale. È la McLaren che rifiuta di credere nei miti e sceglie la razionalità come strumento di ripartenza. È l’idea che un pilota debba riconquistare il proprio equilibrio interiore senza appoggiarsi a simboli o gesti rituali.
La squadra inglese non è nuova a questo tipo di approccio. Già con Norris, nei momenti difficili del recente passato, il lavoro fu più mentale che tecnico: analisi psicologiche, revisioni nel linguaggio ingegneristico, perfino piccoli cambiamenti nelle modalità di debriefing. Tutto per costruire un ambiente dove la fiducia potesse rinascere in modo organico.
Ora quello stesso metodo viene applicato a Piastri, con la consapevolezza che un talento così giovane va protetto, ma non esonerato dalla responsabilità di crescere. Perché Oscar non è un rookie, come alcuni organi di stampa raccontano in maniera ridicola.

A Interlagos per ricominciare
Il Brasile (leggi il programma) sarà quindi un test mentale prima ancora che sportivo. Woking punta su una strategia a due punte e su una vettura che ha ritrovato il proprio punto di efficienza dopo un’estate di dubbi. La vittoria di Norris in Messico ha spazzato via ogni incertezza sullo sviluppo della MCL39, mentre le verifiche post-gara hanno solo confermato la bontà del progetto.
Ora tocca a Oscar. Dovrà scrollarsi di dosso la paura di non essere più “all’altezza” e tornare a guidare con l’istinto che lo ha sempre distinto: quello di chi non pensa al risultato, ma al gesto. Perché il telaio è sano, ma la mente deve riallinearsi. E in Formula 1, dove la fiducia vale quanto un decimo al giro, non c’è intervento tecnico che possa sostituire il coraggio di fidarsi di sé stessi.
Crediti foto: McLaren F1
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