308 weekend di gara (306 partenze), sette titoli, 91 vittorie, 155 podi, 68 pole position, 77 giri veloci. Questi i numeri straordinari che Michael Schumacher ha sommato nella sua carriera che, esattamente 13 anni fa, si concludeva. Almeno per quel che riguarda la massima categoria dell’automobilismo sportivo.
Il 25 novembre 2012 è quindi una data che resta scolpita per sempre nella memoria collettiva di ogni appassionato di Formula 1, tifoso o non del Kaiser. A Interlagos, Schumacher disputò la sua ultima gara nella serie iridata. Non un addio annunciato da mesi, non un ritiro celebrato con fanfare e passerelle, ma un congedo discreto, coerente con un uomo che ha sempre preferito lasciare che fossero i risultati, più che le parole, a raccontare chi fosse.

Quella domenica il cielo di San Paolo era lo stesso cielo imprevedibile che aveva accompagnato tante battaglie epiche del tedesco. Pioggia, fasi di asciutto, sorpassi impossibili, strategie che cambiavano giro dopo giro: un proscenio quasi simbolico, un richiamo agli anni in cui Schumacher dominava sotto qualsiasi condizione, come se l’asfalto stesso si piegasse alla sua volontà. Partito 13° con una Mercedes tutt’altro che fenomenale, il campione di Hurth chiuse in ottava piazza una gara vinta da Jenson Button (ultima vittoria per la McLaren prima di un lungo digiuno di nove anni!) che condivise il podio con Fernando Alonso e Felipe Massa.
L’ultima danza, come sottolineato, arrivò al volante di una vettura della Stella a Tre Punte, la squadra con cui aveva scelto di vivere la sua seconda vita automobilistica. Non era più il Michael invincibile dei tempi Ferrari, non c’erano i riflettori di un titolo in palio. Ma c’era ancora la sua essenza: la capacità di trovare un varco dove altri vedevano un muro, l’istinto del combattente che non ha mai smesso di cercare un decimo in più, anche quando non serviva dimostrarlo a nessuno.
Il sorpasso subito da Sebastian Vettel che correva nella sua rimonta mondiale chiusasi con successo, è rimasto una delle immagini simboliche di quella gara: il campione che saluta il futuro, senza rumore, con rispetto. Un gesto che dice molto più delle celebrazioni formali. Non era più il tempo delle sfide feroci; era il momento della consapevolezza, della gratitudine, dell’eredità.
Chi ama la Formula 1 sa che quella gara non fu solo la fine di un percorso professionale. Fu la chiosa di un capitolo che aveva riscritto la storia. Dai 91 Gran Premi vinti ai record che sembravano destinati a rimanere intoccabili, Michael ha lasciato un’impronta che ancora oggi definisce la misura del talento e della dedizione necessari per arrivare ai vertici di questo sport.

Interlagos, con i suoi saliscendi, fu un palcoscenico perfetto per l’ultimo atto. Non c’erano celebrazioni roboanti, ma il pubblico, i team, i rivali… tutti sapevano che quell’icona stava chiudendo una pagina irripetibile. E in fondo, forse, era giusto così. Michael ha sempre avuto un rapporto particolare con l’intensità del momento, più che con la retorica.
A distanza di anni, il ricordo di quella domenica non ha perso forza. Il 25 novembre 2012 rimane il giorno in cui un gigante dello sport ha salutato la Formula 1 guidando verso il tramonto di San Paolo. Senza clamori, senza cerimonie: solo lui, la pista, i colleghi di tante battaglie e una storia che nessun altro potrà mai replicare.
Crediti foto: Mercedes-AMG Petronas F1 Team, Scuderia Ferrari HP
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