Nel dibattito ciclico – e infinito – sugli ordini di scuderia in Formula 1, David Coulthard introduce un livello di analisi che va oltre la tattica di gara o la convenienza strategica. L’ex pilota scozzese non contesta il principio dell’intervento del team, né la legittimità di gestire una corsa in funzione del risultato complessivo. Il punto, più sottile e per questo più rilevante, riguarda il “chi” e il “come” di quell’intervento, con un focus diretto sul ruolo dell’ingegnere di pista.
Per Coulthard, il rapporto tra pilota e ingegnere non è una semplice relazione funzionale. È un’alleanza operativa che si costruisce nel tempo e che, soprattutto nei momenti di pressione, deve rimanere priva di ambiguità. L’immagine della “trincea” utilizzata dall’ex McLaren non è casuale: richiama un contesto in cui la fiducia reciproca è un prerequisito, non una variabile. Quando il pilota riceve un messaggio radio, deve essere certo che quell’informazione abbia un solo obiettivo: metterlo nelle migliori condizioni possibili per vincere.
È qui che Coulthard individua la frattura. Quando l’ingegnere di pista diventa il veicolo di istruzioni del tipo “non lottare” o “mantieni la posizione”, quel patto implicito rischia di incrinarsi. Non perché l’ordine sia sbagliato in sé, ma perché altera la percezione del ruolo. L’ingegnere, nella visione di Coulthard, deve restare il garante esclusivo della performance del suo pilota. Ogni messaggio che esuli da questa missione primaria introduce un elemento di dubbio, anche minimo, ma potenzialmente destabilizzante.

Dal punto di vista tecnico-organizzativo, la distinzione proposta è netta: le decisioni di gestione interna devono arrivare da figure apicali come il team principal o il direttore sportivo. Sono loro, per funzione e responsabilità, a dover assumersi il peso politico e sportivo di una scelta che può influenzare l’esito di una gara e, più in generale, la narrativa interna alla squadra. In questo modo, il canale pilota-ingegnere resta “pulito”, focalizzato su assetto, gestione gomme, stato della power unit e adattamento alle condizioni di pista.
Applicata al contesto McLaren attuale, la riflessione di Coulthard assume un valore ancora più concreto. Con due piloti competitivi e spesso vicini in termini di prestazione, la gestione delle dinamiche interne è una delle variabili tecniche più delicate. Non si tratta solo di evitare contatti o perdite di punti, ma di preservare una struttura di fiducia che consenta a entrambi di spingere al limite senza il sospetto di essere, in qualche misura, “frenati” via radio.
Coulthard non propone una Formula 1 anarchica, né un ritorno a un’epoca romantica priva di controllo. La sua è una posizione moderna, che riconosce la complessità delle squadre attuali ma invita a una chiara separazione dei ruoli. In un ambiente dove ogni dettaglio è ottimizzato, anche l’architettura delle comunicazioni diventa un fattore di performance.
Il messaggio finale è che la credibilità di un team non passa solo dai risultati, ma anche dalla coerenza dei suoi processi interni. E in Formula 1, dove la fiducia si costruisce al millisecondo e può perdersi con una sola frase mal collocata, sapere chi deve parlare – e quando – è parte integrante del progetto tecnico.
Crediti foto: McLaren F1
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