Quando si parla di F1 2026, l’attenzione cade inevitabilmente sulla rivoluzione delle power unit: via l’MGU-H, equilibrio quasi perfetto tra energia termica ed elettrica al 50-50, carburanti sostenibili. Ma c’è un dettaglio che rischia di passare inosservato, eppure destinato a stravolgere gli equilibri in pista: le benzine green potrebbero contare più dei motori stessi. Un’esagerazione? Forse, ma qualcuno di molto illustre la pensa così.
È Mattia Binotto che lo ha certificato in maniera chiara: “Un buon carburante può fornire tra 10 e 15 kW in più, ovvero circa 15-20 cavalli. Stiamo parlando di 4 decimi“. Quattro decimi di secondo per giro. In un campionato dove le qualifiche si decidono per millesimi e le gare per strategia, è un margine abissale. Ovviamente se fosse confermato.

Il nuovo paradigma
L’eliminazione dell’MGU-H cambia tutto. Quel dispositivo che recuperava energia dai gas di scarico sparisce, lasciando il motore termico più esposto, più nudo. La performance dipende meno dalla sofisticazione meccanica e molto di più da come brucia il carburante. E qui entra in gioco la chimica.
I carburanti sostenibili imposti dal 2026 non sono benzine tradizionale con qualche additivo green. Parliamo di combustibili completamente riprogettati: biocarburanti di seconda generazione, e-fuel sintetici, miscele che devono garantire zero emissioni nette di CO₂ lungo l’intero ciclo di vita. La loro composizione chimica determina densità energetica, velocità di combustione, resistenza alla detonazione, capacità di raffreddarsi sotto stress. Tradotto: due power unit identiche sulla carta possono esprimere prestazioni radicalmente diverse solo cambiando fornitore di carburante.

F1 2026-2030, la “Formula Carburante”
Ecco perché il ciclo 2026-2030 potrebbe trasformarsi in una “Formula Carburante”. I team che domineranno non saranno necessariamente quelli con il reparto motori più avanzato, ma quelli capaci di sviluppare la migliore sinergia tra combustibile, camera di combustione e mappatura elettronica.
Shell per Ferrari, Petronas per Mercedes, Mobil 1 per Red Bull, Aramco per Honda: non sono più semplici sponsor. Sono partner tecnologici che possono regalare o togliere posizioni in griglia. Quindici cavalli in più significano velocità di punta superiore, recuperi più aggressivi, usura minore dei componenti. Quattro decimi al giro diventano trenta secondi in una gara, un giro intero in un Gran Premio lungo.
E siccome i carburanti sostenibili sono territorio vergine – nessuno ha esperienza decennale come con le benzine fossili – il vantaggio competitivo diventa imprevedibile. Un piccolo team con il partner petrolifero giusto potrebbe compensare deficit aerodinamici o inefficienze nel telaio. Una scuderia blasonata con un carburante mediocre rischierebbe di annaspare.
Mentre ingegneri e media si concentrano su alettoni, fondi e Active Aero, nei laboratori chimici si combatte la vera battaglia. Test su banco prova, simulazioni molecolari, calibrazioni infinite per spremere ogni joule dalla miscela. Il tutto nel rispetto dei vincoli ambientali, perché la FIA vigilerà sulla sostenibilità reale di ogni formula.
La F1 2026 non sarà solo ibrida. Sarà liquida, volatile, invisibile a occhio nudo ma decisiva sul cronometro. Una rivoluzione che passa dal serbatoio prima che dal volante.
Crediti foto: F1, Audi
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