Le parole di Ralf Schumacher – che più avanti leggerete – hanno riacceso il dibattito sulle difficoltà di Lewis Hamilton e sul suo ruolo nello sviluppo Ferrari, ma la chiave di lettura proposta dall’ex pilota tedesco rischia di essere fuorviante se non inserita in un contesto tecnico più ampio. “Lewis Hamilton è un pilota della vecchia scuola e dunque non ama stare al simulatore o comunque lo usa raramente. Questo al giorno d’oggi è un problema. Se non puoi provare, devi impegnarti al simulatore, ma a lui non piace o non vuole farlo. Non ho idea del perché e non gliel’ho domandato. Ho solo sentito dire che lui non lo fa, mentre Leclerc – come Verstappen – lo fa ogni giorno. Questo non aiuta quando hai urgente bisogno che il pilota, come nel caso della Ferrari, contribuisca allo sviluppo”.
Una dichiarazione forse un po’ troppo azzardata, costruita più su percezioni indirette che su riscontri concreti, come lo stesso Schumacher ammette quando sottolinea di “aver solo sentito dire” e di non aver mai affrontato direttamente l’argomento con Hamilton. Ed è proprio qui che l’argomentazione mostra la sua fragilità. Perché l’idea di un Hamilton refrattario al “ragno” si scontra con un elemento emerso con chiarezza negli ultimi mesi: il sette volte campione del mondo avrebbe manifestato critiche precise nei confronti del simulatore Ferrari, giudicato meno efficace e meno accurato nella correlazione rispetto a quello utilizzato in Mercedes.

Questo passaggio è centrale, perché ribalta l’assunto di partenza. Un pilota che non utilizza il simulatore, o che lo evita per scelta culturale o generazionale, difficilmente è in grado di formulare osservazioni tecniche così mirate sulla qualità dello strumento, sulla sua capacità di replicare il comportamento della vettura e sulla coerenza tra dati virtuali e riscontri in pista. Le lamentele di Hamilton non sono quindi il segnale di un rifiuto del lavoro al simulatore, ma semmai l’indicazione di una distanza tra lo standard a cui è abituato e quello che ha trovato a Maranello.
A Brackley, Hamilton ha lavorato per anni all’interno di un ecosistema tecnico in cui il simulatore rappresentava un pilastro dello sviluppo, con modelli raffinati, correlazioni consolidate e un’integrazione forse più profonda tra pilota, ingegneri e strumenti virtuali. È plausibile che il confronto con una realtà diversa, come quella Ferrari, abbia messo in evidenza limiti strutturali più che limiti personali. In questo senso, le sue osservazioni assumono un valore costruttivo: segnalare che il simulatore non restituisce ciò che poi accade in pista significa indicare un’area di miglioramento cruciale per un team che, per regolamento, non può più affidarsi ai test tradizionali.
Il confronto con Leclerc e Verstappen, spesso evocato come prova di una presunta differenza generazionale o metodologica, rischia così di essere semplificato. Non è solo una questione di quante ore si passino al meccanismo, ma di quanto quel lavoro sia produttivo. Un simulatore utilizzato quotidianamente ma poco correlato può diventare uno strumento ingannevole; uno utilizzato con spirito critico, anche meno frequentemente, può invece fornire indicazioni più utili se inserito in un processo di sviluppo maturo.

Attribuire le difficoltà di Hamilton alla sua natura di pilota “della vecchia scuola” significa quindi spostare l’attenzione dal nodo reale: la qualità dell’infrastruttura tecnica e la capacità del team di supportare un pilota abituato a standard elevatissimi. La Formula 1 moderna è sempre più una disciplina di simulazione, modelli matematici e correlazione dati, ma proprio per questo il simulatore non è un dogma, bensì uno strumento che deve dimostrare la propria affidabilità. Hamilton, contestando l’efficacia di quello Ferrari e suggerendo margini di miglioramento, si colloca esattamente dentro questa logica.
Il problema, dunque, non sembra essere la disponibilità del pilota a contribuire al progresso tecnico, come suggerisce Schumacher quando afferma che “questo non aiuta quando hai urgente bisogno che il pilota contribuisca allo sviluppo”, ma piuttosto la necessità per Ferrari di colmare un gap tecnologico e metodologico. In questa prospettiva, le difficoltà di Hamilton diventano il sintomo di una transizione complessa, non la conseguenza di una presunta resistenza culturale. E forse il vero banco di prova non è stabilire chi usa di più il simulatore, ma chi riesce a renderlo davvero uno strumento decisivo.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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Sono felice di leggere un articolo scritto con la testa e non col cuore. Troppo spesso leggo articoli fatti per accontentare un tifo cieco per la rossa on suffragato da una vera passione per la formula 1. Grazie