Il 20 gennaio 2025 Lewis Hamilton veniva presentato ufficialmente come pilota Ferrari. Una data che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una nuova fase simbolica e tecnica per la Scuderia e per il campione più vincente della storia della Formula 1. Dodici mesi dopo, il bilancio è severo e tutt’altro che indulgente. Non tanto per una singola stagione storta, quanto per la sensazione diffusa che il progetto Hamilton – Ferrari non abbia mai realmente trovato un punto di contatto.
L’idea di fondo era chiara: affidare a un pilota di caratura assoluta il ruolo di acceleratore tecnico e competitivo in un momento in cui Maranello voleva dare continuità alla crescita mostrata nella seconda fase del mondiale 2024. La realtà ha raccontato altro. L’ex Mercedes non è mai riuscito a integrarsi pienamente nella cultura Ferrari, intesa come metodo quotidiano di lavoro, comunicazione e gestione della pressione. Un aspetto spesso sottovalutato quando si parla di grandi campioni che si avviano verso la fine della carriera, ma che in Ferrari assume un peso amplificato.

Le difficoltà di adattamento di Lewis sono emerse presto. Non in modo clamoroso, ma progressivo e irreversibile. Nel linguaggio del corpo, nelle dichiarazioni ponderate ma mai realmente convincenti, nella percezione di un ambiente che faticava a riconoscersi nella sua leadership. Hamilton è arrivato in Ferrari con l’aura del sette volte campione del mondo, ma senza riuscire a trasformare quella statura storico-sportiva in un riferimento operativo. E a Maranello, ma in generale in Formula 1, il rispetto si conquista nei dettagli quotidiani, non nei titoli pregressi. Quelli servono a riempire le bacheche.
A complicare ulteriormente il quadro si è inserito il rapporto con Riccardo Adami. Una collaborazione mai decollata, segnata da incomprensioni tecniche e da una sintonia che non si è mai realmente costruita. La decisione di sostituire l’ingegnere di pista (riallocato nel programma TPC, ndr) a partire dal 2026 è la certificazione di un fallimento reciproco e della guida di Fred Vasseur, non la sua soluzione retroattiva. In ogni caso, quando un binomio pilota-ingegnere non funziona, la responsabilità è quasi sempre condivisa. Nel caso di Hamilton il peso specifico del personaggio rende il giudizio inevitabilmente più severo.
Sul piano puramente tecnico, il nodo centrale è stato l’incapacità di “leggere” la SF-25. Hamilton ha spesso faticato a interpretare il comportamento della vettura, soprattutto nelle fasi di ingresso curva e nelle transizioni di carico. Una difficoltà che ha limitato non solo la prestazione sul giro secco, ma anche la qualità del feedback tecnico. Senza una fiducia piena nel mezzo, il pilota tende a difendersi, a guidare in sottrazione, e questo in Formula 1 equivale a perdere decimi preziosi.
Il confronto interno con Charles Leclerc ha fatto il resto. Non tanto per la semplice superiorità numerica (sia in qualifica che in gara lo score è devastante in favore del monegasco), quanto per la sensazione di un divario strutturale. Leclerc ha interpretato la SF-25 con maggiore naturalezza, adattandosi ai suoi limiti e sfruttandone i pochissimi punti di forza. Hamilton, al contrario, è apparso spesso passivo più che propositivo. Il risultato è stato un confronto che, nel corso della stagione, ha assunto i contorni di una vera demolizione sportiva, difficile da edulcorare con argomenti contestuali.
Hamilton – Ferrari: il 2026 è l’anno della verità
Arrivati a questo punto, il 2026 diventa inevitabilmente l’anno della verità. Non per retorica spicciola, ma per logica. Un ulteriore flop in un contesto di regolamenti completamente nuovi avrebbe un significato quasi lapidario. Non solo sul piano sportivo, ma anche su quello storico. Fallire con una rivoluzione tecnica significherebbe certificare l’incompatibilità tra Hamilton e il progetto Ferrari, al netto delle attenuanti.

Per evitare questo scenario, è necessario un cambio di passo netto. Prima ancora che nei risultati, nell’approccio. Hamilton deve ritrovarsi almeno sui livelli del compagno di squadra, ricostruendo credibilità interna e continuità tecnica. Parallelamente, Ferrari dovrà consegnargli una SF-26 quantomeno “decente”, ovvero una monoposto leggibile, coerente e priva di vizi strutturali che amplifichino le fragilità emerse nel 2025.
Non si tratta più di inseguire sogni di gloria, ma di ristabilire una linea di galleggiamento credibile. A Maranello, il tempo delle giustificazioni è tradizionalmente breve e il nome inciso sul casco non basta a sospenderne le regole non scritte.
Il confine tra fallimento e speranza, oggi, è estremamente labile. Da un lato c’è il rischio concreto che l’esperienza Ferrari di Lewis Hamilton venga ricordata come un’operazione affascinante ma mal riuscita. Dall’altro, la possibilità che il 2026 offra un ultimo appiglio per riscrivere una storia che, fin qui, ha deluso quasi tutti. Compreso il suo protagonista.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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