Il ritorno in circuito dopo la pessima parentesi di Las Vegas porta con sé una Ferrari ancora in cerca di identità e un Lewis Hamilton che, a dopo quasi una stagione intera dal suo approdo a Maranello, continua a muoversi tra luci e ombre, tra il peso delle aspettative e la complessità tecnica di una SF-25 mai esplosa. La conferenza pre-Gran Premio del Qatar ha mostrato un Hamilton misurato, sincero, ma anche lucido nell’ammettere ciò che non funziona e ciò che, invece, rappresenta già oggi un pilastro del suo percorso in rosso.
Il sette volte campione del mondo è arrivato a Lusail con un approccio riflessivo. Nelle sue parole si sono intravisti sia il senso di appartenenza che sta crescendo giorno dopo giorno all’interno della Scuderia, sia la frustrazione per risultati che ancora non rispecchiano il lavoro svolto. Ma questa volta il tono era diverso: meno duro, meno istintivo, più orientato alla costruzione. Come se Hamilton avesse trovato una chiave per interpretare un progetto tecnico che, per ora, non lo ha ancora reso protagonista.
“La passione è l’aspetto più speciale del marchio e delle persone che ci lavorano“, ha detto il britannico, sottolineando un concetto su cui è tornato più volte dall’inizio della stagione. L’impatto umano con l’ambiente Ferrari rimane uno degli elementi che più lo hanno colpito in questo primo anno italiano. Ma, allo stesso tempo, quella stessa passione rende più pesanti i giorni difficili: “È questo che rende più duri i weekend complicati, perché vedi quanto tutti lavorino duro e i risultati non riflettono questo impegno“.
Una dichiarazione che racchiude, in poche parole, la tensione emotiva che accompagna ogni pilota del Cavallino Rampante, ma che nel caso di Hamilton è amplificata dall’aura mediatica che lo circonda e dal suo status di icona. Ogni sua espressione in radio, ogni sfumatura nei commenti post-gara viene ingrandita, vivisezionata, trasformata in fenomeno globale.
Lo stesso è accaduto dopo Las Vegas, quando alcune osservazioni amare sul bilanciamento e sulla performance della SF-25 avevano sollevato dubbi (e non è là prima volta) sulla serenità del rapporto tra Hamilton e il team. Ma il pilota ha voluto chiarire subito: “Nel caldo della competizione, c’è molta frustrazione alla fine di una gara quando non è andata bene“. Nessun caso, dunque, solo la trasparenza di un campione abituato a competere per la vittoria.

Il confronto con Leclerc: un asse che ridefinisce la gerarchia Ferrari
Tra i temi più sensibili del suo primo anno in rosso, il confronto diretto con Charles Leclerc è senza dubbio quello che più viene amplificato dal paddock, dal pubblico e dalla stampa. E non potrebbe essere altrimenti: Leclerc rappresenta il volto giovane ma radicato nella Ferrari, mentre Hamilton incarna la saggezza tecnica e la solidità mentale del campione navigato. Un binomio destinato a convivere ma anche a generare una narrativa che spesso sfugge di mano.
Hamilton, però, ha scelto un approccio totalmente diverso rispetto a quello che molti si aspettavano. Nessuna tensione, nessuna difesa d’orgoglio, nessun tentativo di deviare l’attenzione: “Non sono preoccupato dal confronto dei miei risultati con quelli del mio compagno di squadra. Lui è qui da sette anni. Per me è un ambiente nuovo, una squadra nuova. Ci vorrà tempo, ma ci arriverò“.
È un passaggio fondamentale per comprendere il momento. In termini tecnici, Leclerc ha un vantaggio fisiologico derivante dalla continuità: conosce i processi, le reazioni dell’auto, il linguaggio degli ingegneri, i limiti del telaio e i comportamenti delle power unit che si sono succedute. Questo bagaglio cognitivo permette al monegasco di estrarre prestazione immediata anche in condizioni difficili, mentre Hamilton sta ancora attraversando la fase in cui ogni assetto rappresenta un territorio nuovo da decifrare.
Non si tratta di un gap di talento, ma di una differenza di inerzia tecnica. Leclerc parte da un modello consolidato; Hamilton da un foglio parzialmente bianco che via via sta provando a scrivere. Eppure, proprio questa diversità genera un potenziale complementare: Leclerc è la cartina di tornasole interna, il benchmark che misura la coerenza degli sviluppi; Hamilton porta prospettive inedite, sensibilità differenti e capacità di leggere le debolezze strutturali del progetto da una distanza critica, non essendo condizionato dagli anni precedenti.

La stagione ha mostrato questa dualità in modo evidente. Leclerc è stato spesso più rapido nei giri singoli, soprattutto nei circuiti dove la SF-25 richiede fiducia immediata nel posteriore. Hamilton, invece, ha mantenuto un approccio più metodico, lavorando sulla consistenza nei long run e cercando di correggere il comportamento dell’auto nelle fasi di frenata e inserimento, dove lamentava maggior mancanza di stabilità rispetto al compagno.
Ma la parte interessante non è ciò che li divide: è ciò che li avvicina. Hamilton ha parlato più volte di un rapporto che cresce, di una collaborazione tecnica “più vera di quanto la gente creda”. È un aspetto che in Ferrari non sempre ha funzionato nel passato recente: due piloti che dialogano, confrontano telemetrie, sposano un obiettivo comune. Non è affatto scontato, soprattutto in una squadra che vive da decenni un’attenzione mediatica totalizzante.
Il loro rapporto umano, stando alle parole del sette volte campione, sembra fondato su rispetto reciproco e totale assenza di conflitti: una dinamica che, se confermata e mantenuta, può diventare uno dei punti di forza del progetto. Perché se è vero che la concorrenza interna è sempre feroce, è altrettanto vero che Ferrari ha bisogno di una coppia solida per crescere tecnicamente e strategicamente.
Il Qatar, con le sue curve veloci e la richiesta di assoluta fiducia aerodinamica, potrebbe rappresentare un banco di prova concreto per valutare se Hamilton abbia ridotto il gap conoscitivo con la SF-25. Leclerc resta, oggi, il riferimento naturale. Ma l’evoluzione dei tempi sul giro, la gestione delle gomme con il limite Pirelli dei 25 giri e la capacità di leggere i micro-cambiamenti della pista notturna potrebbero mostrare una convergenza più rapida del previsto.
Hamilton non teme la sfida. Non la considera un problema, ma un percorso. E quella frase, “ci arriverò”, riecheggia come un messaggio chiaro: il confronto con Leclerc non è un ostacolo, ma una mappa del cammino che lo aspetta soprattutto nella prossima stagione visto che questa è ormai al canto del cigno.

Gp Qatar: la SF-25 più idonea a Lusail?
Dal punto di vista tecnico, Hamilton ha espresso prudente ottimismo. La Ferrari, secondo lui, dovrebbe adattarsi bene alle caratteristiche di Lusail, un circuito ad alta velocità dove il carico aerodinamico è decisivo, così come la stabilità nelle curve veloci. Le sensazioni raccolte al simulatore hanno restituito un quadro promettente, ma non abbastanza da illudersi: “L’auto dovrebbe essere abbastanza competitiva, ma potrebbe essere difficile tenere il passo della più forti“.
Una previsione realistica, che fotografa perfettamente la situazione attuale. La SF-25 resta ancora vulnerabile nei cambi rapidi di direzione e nella gestione degli pneumatici nei long run. Il weekend di Lusail presenta anche variabili interessanti. Il limite Pirelli di 25 giri per set potrebbe spezzare la linearità strategica e favorire chi ha un passo costante e un’ottima capacità tattica. Ferrari, nell’ultimo anno, ha mostrato efficienza proprio in queste aree. E Hamilton spera di trovarsi in una condizione più favorevole rispetto a quanto visto a Las Vegas.
GP Qatar: la speranza di una piccola svolta
Lusail potrebbe offrire un’occasione perfetta per misurare lo stadio della crescita del ferrarista. Il tracciato esalta precisione, stabilità e capacità di portare velocità in percorrenza, tre aree in cui la SF-25 ha mostrato segnali di miglioramento. Non si tratta di aspettarsi miracoli, ma di individuare un punto di stabilità dopo settimane disordinate e un clima emotivo spesso agitato.
Hamilton arriva in Qatar con l’obiettivo di ristabilire continuità. Non ricerca scuse, non cerca appoggi esterni. Parla di lavoro, di squadra, di pazienza. Ed è proprio questa la versione di Hamilton che Ferrari aveva immaginato quando lo ha ingaggiato: non solo il campione che vince, ma il leader che costruisce in simbiosi col team e col compagno di squadra.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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