Nel dibattito che accompagna l’inizio di ogni nuova era regolamentare in Formula 1, l’attenzione tende a concentrarsi su aerodinamica, power unit o soluzioni sospensive. Tuttavia, esiste un parametro che, più di molti altri, incide in maniera trasversale e profonda sulla prestazione complessiva di una monoposto: il peso. Non solo come valore assoluto, ma come elemento capace di condizionare la dinamica del veicolo, la stessa libertà progettuale e l’efficacia di ogni scelta tecnica successiva.
Ferrari SF-26, il vantaggio di un’auto “leggera”
In questo contesto si inserisce il dato, tutt’altro che marginale, relativo alla Ferrari SF-26 (leggi l’analisi), che secondo la documentazione ufficiale inviata alla FIA pesa 770 chilogrammi, ovvero appena due chilogrammi sopra il limite minimo regolamentare imposto dal legislatore. Un risultato che, al di là delle valutazioni sul potenziale complessivo della vettura, assume un significato tecnico rilevante e merita di essere analizzato in profondità.

Il peso non è mai un numero isolato. Ogni chilogrammo in più si traduce in un aumento dell’inerzia nelle fasi di accelerazione, frenata e cambio di direzione, influenzando direttamente la risposta della vettura ai comandi del pilota. Una monoposto più leggera richiede meno energia per essere accelerata, dissipa meno carico sugli pneumatici in ingresso curva e consente una gestione più efficace delle temperature, fattore determinante in un’epoca in cui le finestre operative delle coperture sono sempre più ristrette.
Ma il vero valore di una monoposto prossima al peso minimo emerge soprattutto nella libertà di distribuzione delle masse. Raggiungere il limite regolamentare senza ricorrere a compromessi strutturali permette agli ingegneri di utilizzare zavorre per ottimizzare il bilanciamento longitudinale e trasversale, adattando il comportamento dinamico alle caratteristiche dei singoli circuiti. In altre parole, un’auto leggera è più “regolabile” e dunque più sfruttabile nel corso della stagione.
Questo aspetto diventa ancora più rilevante all’inizio di un nuovo ciclo regolamentare, quando i margini di sviluppo sono ampi e le correlazioni tra simulazioni e pista devono ancora essere consolidate. Partire da una base sovrappeso significa dover inseguire due obiettivi contemporaneamente: migliorare la prestazione e, allo stesso tempo, recuperare massa. Un doppio binario che spesso rallenta lo sviluppo e costringe a scelte conservative.

Ferrari SF-26 e la lezione della Red Bull RB18
La storia recente della massima serie offre un esempio emblematico di quanto il peso possa rappresentare un fattore discriminante. Nel 2022, con l’introduzione delle vetture a effetto suolo, la Red Bull RB18 non era inizialmente la monoposto più efficace del lotto. Anzi, nelle prime gare della stagione il mezzo progettato da Adrian Newey mostrava limiti evidenti, non solo in termini di affidabilità, ma anche di massa complessiva. Il progetto era concettualmente valido (i mesi successivi lo hanno ampiamente confermato), ma penalizzato da un peso superiore al minimo regolamentare, che ne comprometteva la competitività sul giro secco e sulla distanza di gara.
La svolta arrivò a partire dal Gran Premio dell’Emilia-Romagna. Red Bull introdusse una serie di update mirati che, più che stravolgere l’aerodinamica, andarono a incidere sulla struttura della vettura e sull’ottimizzazione dei materiali. La RB18 fu letteralmente “messa a dieta”. Il recupero di peso consentì di sfruttare appieno il potenziale del fondo, di migliorare la gestione degli pneumatici e di ampliare le possibilità di setup. Da Imola in poi, la monoposto divenne progressivamente imprendibile, avviandosi verso la conquista di entrambi i titoli mondiali con largo anticipo.
Quella stagione dimostrò in modo inequivocabile che, in presenza di regolamenti fortemente vincolanti dal punto di vista aerodinamico, il peso può rappresentare il vero acceleratore di prestazione. Non è un caso che, già allora, molti addetti ai lavori definirono la riduzione di massa come l’aggiornamento più efficace dell’intero pacchetto Red Bull.

Alla luce di questa lezione, il dato relativo alla Ferrari SF-26 assume una grande valenza. Essere a soli due chilogrammi dal peso minimo all’esordio di una nuova Formula 1 significa aver risolto, già in fase di progettazione, uno dei problemi più complessi e costosi da affrontare a stagione in corso. Significa, soprattutto, poter concentrare lo sviluppo su aerodinamica, sospensioni e integrazione telaio-power unit senza l’assillo di dover alleggerire componenti strutturali già omologate.
È chiaro che il peso, da solo, non basta a rendere una monoposto vincente. La stessa Ferrari non viene indicata come riferimento sul fronte della power unit (voci tutte da verificare), anche alla luce delle discussioni ancora aperte con la FIA sul tema dei rapporti di compressione e delle differenze prestazionali tra i vari costruttori: leggi qui. Tuttavia, in un contesto in cui diversi team temono di presentarsi ai test di Barcellona con dieci o più chilogrammi di sovrappeso, il vantaggio potenziale per chi è già vicino al limite regolamentare è tutt’altro che trascurabile.
Secondo le stime più accreditate, ogni dieci chilogrammi di massa extra possono tradursi in un deficit di circa tre decimi al giro. Un valore che, in una Formula 1 compatta a livello di performance, può fare la differenza tra lottare per il podio o restare intrappolati nel ventre molle del gruppo.
In definitiva, il peso rappresenta una variabile silenziosa ma decisiva. Non fa notizia come un’ala innovativa o un concetto aerodinamico estremo, ma condiziona tutto il resto. La Ferrari SF-26, per come si presenta in questa fase iniziale, sembra aver compreso questa lezione. Resta da capire se una base così solida dal punto di vista della massa potrà trasformarsi nel fattore chiave per costruire una stagione di vertice.
In una nuova era regolamentare, spesso, la differenza non la fa ciò che si aggiunge, ma ciò che si riesce a togliere. E Ferrari può farlo anche in considerazione del fatto che la versione della SF-26 vista a Fiorano è sembrata molto basica, uno “step zero” di un lungo cammino di sviluppo da compiere.
Crediti foto: Oracle Red Bull Racing, Scuderia Ferrari HP
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