La notte di Las Vegas, con le sue luci stroboscopiche e l’illusione permanente di grandezza, non è riuscita a mascherare la realtà più cruda: la Ferrari è oggi la quarta forza della Formula 1. Charles Leclerc sesto, Lewis Hamilton decimo (poi quart e ottavo grazie alla doppia squalifica McLaren, leggi qui); una fotografia impietosa che conferma una tendenza ormai strutturale.
Mancano due soli appuntamenti alla fine della stagione e la prospettiva di chiudere dietro Mercedes e da una Red Bull che naviga in acque più tranquille del previsto non è più uno scenario teorico, ma un epilogo scritto.
Non basta rifugiarsi nel paracadute regolamentare dell’Aerodynamic Testing Restriction, il meccanismo che concede più ore in galleria del vento e al CFD alle squadre meno performanti. Certo, il quarto posto offre un vantaggio operativo non marginale sul 2026, l’anno del grande reset regolamentare.
Ma raccontare questo come un beneficio sufficiente a invertire il declino sarebbe un atto di autoassoluzione pericoloso, quasi una forma di narcosi istituzionale. Le ore non generano cavalli, non partoriscono carico aerodinamico, non correggono filosofie progettuali inadeguate: sono solo un moltiplicatore, non una redenzione.

Ed è in questo quadro che le ormai note parole di John Elkann risuonano con una dissonanza difficile da ignorare. Puntare il dito sui piloti, accusati di egoismi, può avere una sua logica interna, soprattutto in un anno in cui la convivenza Leclerc-Hamilton ha creato dinamiche complesse. Ma ciò che manca – ciò che è mancato sistematicamente – è un’assunzione di responsabilità altrettanto chiara nei confronti del reparto tecnico. Perché se è vero che un pilota può sbagliare, è altrettanto vero che non può sopperire ai limiti di una vettura concettualmente sbilenca come la SF-25.
La monoposto del 2025 avrebbe dovuto rappresentare il consolidamento della SF-24, un passo avanti nella gestione dell’aria sporca, nei carichi intermedi, nell’efficienza nei tratti ad alta velocità. Il risultato, invece, è un compromesso irrisolto: una vettura che si dimostra docile solo nelle condizioni ideali e che evapora appena si alza il livello di stress tecnico. Lo confermano le difficoltà a stabilizzare la finestra degli pneumatici, la cronica carenza di efficienza e la fragilità nelle curve veloci, dove la concorrenza – McLaren in primis – si muove ormai con confidenza quasi scientifica.
Ferrari: dov’è l’autocritica?
Il silenzio su questo punto è fin troppo rumoroso. Nessuna autocritica pubblica, nessuna ammissione sui limiti concettuali del progetto, nessun chiarimento sulle responsabilità profonde che hanno condotto la squadra a produrre una vettura incapace di sostenere un ciclo prestazionale coerente. Si preferisce evocare l’egoismo dei piloti (gli unici che denunciano le deficienze progettuali), come se fosse un alibi strutturale, invece di affrontare l’unica verità che conta: senza una macchina all’altezza, ogni discussione sul comportamento dei singoli diventa irrilevante.

Ferrari vive oggi un paradosso: rischia di adagiarsi (ovviamente in silenzio perché non c’è nulla di cui vantarsi) su un vantaggio regolamentare che deriva dalla mediocrità sportiva sublimata in un quarto posto sempre più possibile, mentre evita di guardare negli occhi questa stessa insufficienza tecnica. Non è questa la base su cui si costruiscono rinascite credibili. La franchigia di Maranello deve liberarsi della tentazione – semmai c’è – di autoassolversi con l’ATR e deve tornare a pretendere da se stessa ciò che storicamente pretende dal mondo: eccellenza, non attenuanti; ambizione, non giustificazioni; innovazione, non rassicurazioni.
Il tempo degli slogan è scaduto e ci auguriamo di non sentirne altri come quelli pronunciati a voce troppo alta durante l’inverno. Ora servono progettisti che si assumano responsabilità, una direzione che non si limiti a parlare di cultura Ferrari ma che la eserciti e piloti messi nella condizione di competere, non di improvvisare annaspando in difficoltà insuperabili. Se questo non accadrà, il 2026 rischia di essere non l’anno della rinascita, ma quello in cui il Cavallino Rampante capirà quanto ulteriormente si possa precipitare quando ci si abitua all’idea di essere quarti. Dunque mediocri.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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