C’è un dato che racconta quanto lavoro sia stato fatto a Maranello negli ultimi mesi. La Ferrari è il team più rapido nei pit stop. Con una media di 2.41 secondi, la Scuderia precede nettamente Mercedes (2.74), McLaren (2.98) e Red Bull (3.18), un risultato che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile. In nove gare la Ferrari ha firmato il pit stop più veloce del weekend, a testimonianza di una crescita metodica, costante e tutt’altro che casuale.
L’efficienza come segnale di maturità
Il box Ferrari, un tempo sinonimo di incertezza e nervosismo operativo, è oggi un punto di forza. L’efficienza nelle soste ai box non nasce dall’improvvisazione ma da una revisione profonda dei processi interni, dall’introduzione di nuovi protocolli di sicurezza alla standardizzazione dei movimenti meccanici.
I 43 pit stop sotto i 2,5 secondi ne sono la prova tangibile: il Cavallino non solo ha migliorato la velocità, ma anche la consistenza. Solo cinque soste sopra i tre secondi in tutta la stagione rappresentano una rarità in un contesto competitivo dove un decimo può cambiare il risultato di una gara.
| Team | Media Pit Stop | < 2.5s | > 3s | GP con pit stop più rapido |
| Ferrari | 2.41s | 43 | 5 | 9 |
| Mercedes | 2.74s | 27 | 11 | 0 |
| McLaren | 2.98s | 29 | 24 | 4 |
| Red Bull | 3.18s | 32 | 11 | 4 |
Ferrari – Un progresso che racconta un metodo
Questo miglioramento non è frutto del caso. A Maranello si è lavorato con attenzione sul dettaglio, introducendo strumenti di analisi in tempo reale e formazione continua del personale di pista. Il team guidato da Frédéric Vasseur ha saputo trasformare un punto debole in un vantaggio competitivo. In una Formula 1 in cui tutto si gioca sui margini, anche qualche decimo guadagnato nei pit stop può significare una posizione in più al traguardo. Ma, come spesso accade in casa Ferrari, il successo parziale mette in luce anche ciò che ancora manca.

Strategia e sviluppo: le due zavorre del Cavallino
Se i pit stop oggi funzionano come un orologio, il vero tallone d’Achille del Cavallino resta la sfera strategica e tecnica. Troppo spesso, nel corso della stagione, la SF-25 ha mostrato limiti evidenti nel comprendere il comportamento delle gomme e nell’adattarsi ai diversi scenari di gara. Le decisioni prese al muretto, a volte conservative, altre eccessivamente ottimistiche, hanno pesato più di quanto i numeri dei box possano compensare.
Ancora più profondo è il problema tecnico e di sviluppo aerodinamico e maccanico. Mentre McLaren, Mercedes e Red Bull hanno introdotto pacchetti di aggiornamenti efficaci e coerenti, la Ferrari ha faticato a interpretare il comportamento del proprio telaio alle varie altezze da terra, trovandosi spesso costretta a scendere a compromessi sull’assetto. L’ottima esecuzione nei pit stop, dunque, rappresenta una crescita di sistema, ma non ancora una svolta di performance.

Il significato di un segnale positivo
In un contesto dove le vittorie mancano e le aspettative restano altissime, primeggiare in un ambito operativo come quello dei pit stop significa comunque dimostrare che il lavoro svolto a Maranello sta dando frutti concreti. È il segno che la squadra ha ritrovato coesione, metodo e affidabilità: qualità imprescindibili per chi spera di tornare a vincere titoli.
Ma la Formula 1 moderna non premia l’eccellenza parziale. Serve un progetto tecnico onnicomprensivo, una gestione strategica lucida e un percorso di sviluppo capace di tenere il passo con chi detta il ritmo. La Ferrari ha sistemato un tassello importante, forse uno dei più visibili. Ora però deve completare il mosaico. Solo così, da squadra finalmente completa, potrà tornare a essere ciò che la storia pretende: la Ferrari che vince.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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