Il 2026 sarà l’anno della verità, l’ultimo appello per valutare la riuscita del matrimonio Ferrari – Hamilton. Nel 2025 non ha funzionato quasi nulla, a partire da una macchina, la SF-25, ai limiti dell’indecenza tecnica per finire a un rapporto pilota-ingegnere mai del tutto sbocciato e che proseguirà nel mondiale che inizia a marzo (leggi qui). Può l’inglese uscire dalla crisi e scrivere la storia in rosso? Ne ha parlato una vecchia conoscenza di Maranello che offre spunti di riflessione che proviamo ad analizzare.
Il parallelismo tracciato da Jock Clear tra Lewis Hamilton e Michael Schumacher nel loro approdo in Ferrari è uno di quelli che funzionano molto bene sul piano comunicativo, ma che diventano scivolosi quando si prova a leggerli con maggiore profondità storica e tecnica. Clear invita alla pazienza, e lo fa richiamando un precedente pesante: “Ricordo sempre alla gente che quando Michael Schumacher è passato alla Ferrari ci sono voluti cinque anni prima che vincesse qualcosa. Non succede dall’oggi al domani!”. Un’affermazione vera nei numeri, ma che rischia di essere fuorviante se estrapolata dal contesto.

Ferrari, Hamilton – Schumacher: il parallelismo non regge
Schumacher arrivò a Maranello nel 1996 con due titoli mondiali in tasca, a 27 anni, nel pieno della sua parabola agonistica. Soprattutto, non arrivò da solo. Portò con sé un gruppo di tecnici di primissimo livello e un metodo di lavoro che, stagione dopo stagione, trasformò la Ferrari (che già aveva avviato il processo di ristrutturazione con Jean Todt) da squadra fragile e politicamente instabile in una struttura tecnica dominante. Quei cinque anni non furono un’attesa passiva: furono un processo di costruzione consapevole, con segnali di competitività già evidenti dal 1997 e un vero livello da titolo nel 1998.
Lewis Hamilton si trova oggi in una situazione radicalmente diversa. È arrivato in Ferrari a 40 anni, ne ha compiuti 41 da pochi giorni, dopo una carriera straordinaria ma inevitabilmente vicina alla sua fase conclusiva. Non ha portato con sé una rivoluzione tecnica, non ha ricostruito la squadra intorno alla propria visione, non ha imposto una rifondazione dell’organigramma. Si è inserito in un sistema già esistente, con una direzione tecnica che guarda soprattutto al nuovo ciclo regolamentare e con equilibri interni già definiti.

Clear, nel difendere Hamilton, richiama la complessità intrinseca della Formula 1: “Non bisogna dimenticare quanto la F1 sia difficile… Se Lewis fosse arrivato e avesse vinto l’ottavo titolo, in qualche modo avrebbe sminuito o svalutato questo sport”. Un concetto condivisibile, così come l’esempio portato su Carlos Sainz alla Williams, inizialmente giudicato con superficialità e poi cresciuto con il tempo. Ma anche qui il contesto conta. Sainz è un driver nel pieno della carriera, inserito in un progetto di medio periodo. Hamilton, per definizione anagrafica e sportiva, non lo è. E a Maranello di tempo non ce n’è mai. Si pretende tutto e subito e forse è anche lecito considerando un digiuno di vittorie che si conta in lustri.
Il 2025 ha rappresentato un banco di prova durissimo per il pilota di Stevenage. Non tanto per i risultati assoluti, quanto per le difficoltà di adattamento emerse in modo piuttosto netto. Linguaggio tecnico, processi decisionali, gestione del weekend, relazione con il muretto e Adami e con lo sviluppo della vettura: l’integrazione di Hamilton in Ferrari non è mai apparsa fluida. E quando l’adattamento non arriva rapidamente, a quell’età, il fattore tempo diventa centrale.
Clear insiste: “Ha solo bisogno di tempo, non si arrenderà solo perché il 2025 è stato difficile. Aveva previsto che sarebbe stato molto complicato. Ma Lewis Hamilton tornerà più forte e più determinato quest’anno”. È un messaggio rassicurante, ed è corretto riconoscere la forza mentale di un sette volte campione del mondo. Ma qui sta il punto che il parallelo con Schumacher tende a mascherare: Hamilton ha bisogno di tempo, ma il tempo non è una risorsa abbondante.

Schumacher poteva permettersi di aspettare, costruire e sbagliare, perché aveva davanti a sé un orizzonte lungo. Hamilton no. Ogni stagione che passa riduce il margine di manovra, soprattutto in un contesto come quello attuale, con la Ferrari proiettata verso la rivoluzione regolamentare del 2026. Non è affatto scontato che quel progetto venga modellato attorno a lui, né che rappresenti l’asse centrale del suo rilancio sportivo.
Per questo l’analisi non può fermarsi alla formula “diamogli tempo”. Questo va concesso per rispetto della carriera e del valore del pilota, ma va anche misurato con lucidità. Hamilton non è lo Schumacher nel 1996. È un campione leggendario che ha scelto Ferrari come ultima grande sfida, non come progetto di lungo corso.
La Ferrari, a sua volta, deve chiarire rapidamente quale ruolo intenda assegnargli: leader tecnico, riferimento esperto o simbolo di una fase di transizione. Perché le analogie storiche funzionano solo se si accettano anche le differenze. E nel caso di specie, le differenze pesano più delle somiglianze.
Il tempo, per Hamilton, è necessario. Ma non è infinito. E ignorarlo rischia di trasformare un’analisi realistica in una narrazione consolatoria. In Formula 1, come nella storia, il contesto conta sempre più dei paragoni. Forse, amara conclusione, c’è il rischio che Hamilton ricordi l’ultima versione di Schumacher, quella della Mercedes. Un pilota alla fine della carriera che offrì pochissimi lampi in un confronto con Nico Rosberg in cui uscì pesantemente sconfitto. Ma non è questo l’augurio che si fa a Lewis.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, Formulacritica
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