La verità è semplice, brutale e innegabile: la Ferrari è la quarta forza, anche se la classifica costruttori piazza Maranello nella terza casella (Red Bull è ormai arrivata nonostante abbia, di fatto, un solo pilota). E non lo dice un detrattore, lo dice Charles Leclerc, con la lucidità di chi ha ormai smesso di raccontarsi favole. Red Bull e Mercedes sono cresciute, McLaren è campione del mondo, e il Cavallino Rampante è rimasta fermo: doppiato e umiliato. Ma forse quel che è peggio e che si è perso dietro la sua ennesima illusione tecnica.
A Maranello avevano convinto se stessi che il salto in avanti sarebbe arrivato dalla sospensione dei miracoli, come la spacciavano i sedicenti ingegneri del web. Lì doveva nascere la rinascita. Peccato che, mentre loro e la stampa accolita fantasticavano sulla magia della nuova cinematica, gli altri aggiornassero davvero le proprie vetture.
Red Bull e Mercedes avevano gli ultimi pacchetti in cantiere, pronti da portare in pista: a Maranello invece si è deciso di fermarsi, perché la sospensione è la base del progetto 2026. O almeno così si pensa. O forse così raccontano per farsi forza per ingoiare l’ennesimo rospo gracidante. Un errore tecnico, ma soprattutto strategico, figlio di una lettura miope e autoreferenziale del campionato.
Charles Leclerc sul circuito di Singapore
Risultato: una SF-25 che oggi è unamacchina inutile, costretta al lift and coast per non surriscaldare tutto, con freni che cedono se solo ti permetti di fare una staccata più violenta per superare un avversario (ne sa qualcosa Hamilton che ha visto cedere di schianto i dischi dopo aver tentato il sorpasso su Antonelli), un bilanciamento instabile e una gestione gara degna di un team di metà classifica. Ma forse anche da zona bassa. Il problema non è solo tecnico: è organizzativo, mentale, sistemico. È l’ennesima Ferrari che si racconta la favola del “lavoriamo per il futuro” solo per non affrontare il disastro del presente.
Intanto, Mercedes - quella che fino a qualche gara fa sembrava allo sbando - ha trovato la quadra. Ha avuto il coraggio di bocciare la nuova sospensione tornando allo status quo iniziale e non si è fermata in altri ambiti. Una nuova ala, una direzione tecnica chiara, un gruppo che comunica… così hanno ridato senso alla W16. A Maranello, invece, si brancola nel buio, tra giustificazioni di maniera e promesse di cicli vincenti che non iniziano mai.
La verità è che questa Ferrari non ha un piano, ha solo scuse. Ha fermato lo sviluppo troppo presto, ha sbagliato la valutazione degli avversari, ha creduto che bastasse cambiare la geometria di una sospensione per colmare un abisso concettuale. È la Ferrari del “vedrete nel 2026”, la Ferrari che rinvia sempre la resa dei conti, che preferisce la narrazione alla sostanza.
E ora? Ora resta un calvario di otto gare fino a Yas Marina. Un autunno di agonia sportiva, dove persino la lotta per il terzo posto nel Costruttori rischia di trasformarsi in una chimera. Mercedes l’ha scavalcata, come sempre accade quando la Ferrari si ferma a metà del guado. Red Bull lampeggia nei retrovisori e si prepara al sopravanzamento. Da lì in poi sarà solo un’altra stagione buttata, da archiviare nella bacheca delle occasioni perdute.
Il Presidente della Ferrari John Elkann con il team principal Frédéric Vasseur durante i test del Bahrain
Se queste sono le basi del “nuovo ciclo”, c’è poco da essere ottimisti. Perché un ciclo tecnico può nascere male, ma un ciclo culturale fondato sull’autocompiacimento non nasce affatto. La Ferrari non ha bisogno di un’altra rivoluzione regolamentare cui appigliarsi. Ha bisogno di un terremoto umano. Di qualcuno che abbia il coraggio di dire la cosa più ovvia e più scomoda: questa squadra non sa più vincere, e peggio ancora, non sa più imparare.