Qual è il confine tra comunicazione difensiva e il valzer mediatico? Fred Vasseur, nel corso della stagione 2025, quella linea immaginaria non solo l’ha attraversata più volte, ma l’ha trasformata in una coreografia vera e propria, degna di un balletto classico: passi avanti, passi indietro, piroette narrative e improvvisi cambi di musica. Il tutto accompagnato dalla speranza, più o meno esplicita, che il pubblico dimenticasse la posizione assunta due settimane prima.
Si parte dai test del Bahrain, terreno neutro per eccellenza, dove tutto è ancora possibile perché nulla è verificabile. “Abbiamo aperto una nuova strada di sviluppo, era necessario”. Dichiarazione importante, quasi solenne. Poi, quando il cronometro conta davvero, arrivano le difficoltà, immediatamente diluite nel classico “è ancora troppo presto”. La Ferrari deve “concentrarsi solo su se stessa” e Melbourne “sarà un’altra storia”. È l’atto inaugurale: nessuna responsabilità, nessun riferimento ai rivali, solo una promessa differita nel tempo.
A Melbourne la storia, puntualmente, è un’altra. Non quella auspicata, però. Risultati disastrosi, ma attenzione: dalle FP2 emerge “potenziale”. Le qualifiche diventano un dettaglio trascurabile, la Q3 un optional. “La Ferrari può tornare, che piova o no”. Il verbo potere diventa la colonna portante della narrazione. Non siamo lontani, non siamo a sette decimi, non è finita. E soprattutto: “In Cina vedremo la vera SF-25”. La verità, ancora una volta, viene spostata di qualche fuso orario più in là.

In Cina arriva la vittoria di Hamilton nella sprint race. Il momento più alto nella pessima stagione del britannico che prelude a una doppia squalifica storica, ma anche qui il racconto è pronto. Il vantaggio McLaren, improvvisamente, viene ridimensionato per analogia: meno grave di quello Red Bull nel recente passato. Non è la fine del campionato. E soprattutto, attenzione alla semantica: non si tratta di “errore”, ma di “rischio”. In Formula 1 vince chi arriva entro il millimetro regolamentare. Una frase che, detta dopo una squalifica doppia, suona più come una giustificazione filosofica che come una spiegazione tecnica.
Arriva Imola e la SF-25, apprendiamo, sarebbe stata completata “al 90% da Cardile”, il tecnico mollato per strada che viene investito dei problemi dell’auto. Percentuale curiosa, detta con una certa disinvoltura, come se lo sviluppo di una monoposto fosse un elettrodomestico lasciato a metà in fabbrica. Poi il Canada, dove il problema improvvisamente non è più la vettura, né il progetto, né le scelte tecniche: “Non vinceremo con questi giornalisti”. La comunicazione diventa meta-comunicazione. Il nemico non è la McLaren, non è il cronometro, ma chi fa domande.
Con l’introduzione delle nuove sospensioni posteriori, il copione torna ad essere familiare. “Siamo tornati in pista”. “Non siamo così lontani dalla McLaren”. Un decimo, forse. Non abbiamo perso nulla di grave. Anzi, è la McLaren a essere stata eccezionale. Il distacco non è un limite strutturale, ma una questione di “dettagli e stabilità”. Parole che, in Formula 1, significano tutto e niente allo stesso tempo, ma che funzionano sempre bene quando serve tenere insieme i cocci.
Poi arriva il Qatar, uno dei weekend peggiori nella storia recente della Ferrari. Qui il colpo di scena finale: “Abbiamo interrotto lo sviluppo a fine aprile”. Informazione che retroattivamente riscrive l’intera stagione. E a corredo, la sensazione di essere stati trattati “come persone ignoranti”. Non è chiaro da chi, né perché, ma il messaggio passa: se non avete capito, il problema non è nostro.

Ecco, il punto non è negare che una stagione possa essere complessa, né che un team principal debba proteggere squadra e progetto. Il punto è la continua oscillazione narrativa, il rimbalzo costante tra fiducia e ridimensionamento, tra promesse future e spiegazioni postume, tra responsabilità tecniche e colpe esterne. Una danza mediatica che, alla lunga, stanca più di una monoposto difficile da mettere a punto.
La speranza, guardando al 2026, non è solo quella di vedere una Ferrari vincente – ambizione legittima e doverosa – ma anche una Rossa più lineare nel racconto di se stessa. Meno coreografie, meno passi laterali, meno verità a tempo determinato. Perché in Formula 1 si può anche perdere, ma farlo cambiando musica ogni tre Gran Premi rischia di essere il vero errore strutturale.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP
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