Nell’epoca turbo-ibrida della Formula 1, iniziata nel 2014, l’affidabilità è stata uno dei parametri, specie nelle fasi iniziali, nel definire carriere, risultati e percezione dei piloti. Power unit complesse, integrazione sempre più spinta tra telaio e sistemi ibridi, margini di utilizzo estremi: tutto ha contribuito a rendere il tasso di ritiri una variabile non secondaria. In questo scenario, due nomi spiccano più di altri per un dato che sorprende e, al tempo stesso, racconta molto più di quanto sembri: Fernando Alonso e Carlos Sainz sono i piloti con il maggior numero di ritiri nell’era turbo-ibrida.
I numeri sono netti. Fernando Alonso guida questa particolare classifica con 48 ritiri complessivi dal 2014 a oggi. Carlos Sainz segue a quota 42. Nessun altro pilota attivo ha accumulato un totale simile nello stesso arco regolamentare. Un dato che, isolato, potrebbe sembrare una semplice curiosità statistica, ma che in realtà riflette una combinazione precisa di fattori tecnici, progettuali e caratteriali.

Alonso: la McLaren è stata una gabbia
Per Alonso, il discorso è inevitabilmente legato alle scelte di carriera. Il suo ritorno in McLaren nel 2015, nel pieno della difficile partnership con Honda, ha coinciso con una delle fasi meno affidabili dell’intera era turbo-ibrida. Le McLaren-Honda di quel periodo non erano soltanto lente: erano strutturalmente fragili, spesso incapaci di completare la distanza di gara. Problemi al sistema MGU-H, al recupero energetico, alla gestione termica e all’integrazione tra power unit e telaio hanno trasformato molte domeniche di Alonso in esercizi di frustrazione meccanica. I ritiri fioccavano.
Nemmeno il passaggio successivo in Alpine ha completamente invertito la tendenza. Se da un lato la competitività è cresciuta, dall’altro l’affidabilità non è mai stata un punto di forza assoluto del progetto francese, soprattutto nelle stagioni di transizione. Il risultato è una somma di ritiri che racconta una carriera spesso combattuta con armi tecnicamente imperfette. Analoga situazione che si è rivista in Aston Martin ad eccezione del 2023, anno in cui la AMR23 sembrava essere, almeno nella fase d’avvio, una vettura in grado di puntare a vittorie di tappa.
Sainz e la variabilità dei team
Il caso di Carlos Sainz è diverso, ma non meno significativo. Cresciuto interamente nell’era turbo-ibrida, Sainz ha attraversato contesti ambientali molto diversi: Toro Rosso, Renault, McLaren e Ferrari e Williams. Cinque squadre, cinque filosofie progettuali, cinque livelli di affidabilità. In particolare, i suoi primi anni sono stati segnati da vetture spesso al limite sul piano della robustezza, mentre l’esperienza in Ferrari ha evidenziato come la ricerca della prestazione assoluta, soprattutto nel 2022 e nel 2023, abbia talvolta esposto la F1-75 e le SF-23 e 24 a cedimenti improvvisi come quello roboante nel Gp d’Austria.
C’è però un elemento che accomuna Alonso e Sainz oltre il semplice contesto tecnico: l’approccio alla guida. Entrambi sono piloti istintivi, aggressivi, inclini a spremere la macchina oltre la soglia di comfort. Una “irruenza da toreri”, per usare un’immagine efficace, che li porta a non accettare compromessi, nemmeno quando il mezzo suggerirebbe prudenza. Alonso, in particolare, ha sempre costruito la propria identità sulla capacità di andare oltre i limiti teorici della vettura, spesso caricandola di stress meccanico in situazioni in cui altri avrebbero gestito.

Sainz, dal canto suo, ha affinato nel tempo una guida sempre più matura, ma mantiene quella tendenza a forzare la mano nei momenti chiave, soprattutto in gara, quando percepisce un’opportunità strategica o un varco prestazionale. In un’epoca in cui le power unit sono sistemi estremamente sensibili, ogni chilometro percorso fuori dalla finestra ideale aumenta il rischio di guasti o cedimenti.
I 48 ritiri di Alonso e i 42 di Sainz non sono quindi una semplice accusa all’affidabilità delle loro monoposto, né tantomeno una colpa diretta dei piloti. Sono il prodotto di un’era tecnica che ha chiesto compromessi complessi e di due interpreti che, per indole e formazione, hanno sempre scelto l’attacco piuttosto che la conservazione.
In definitiva, questa statistica racconta due carriere vissute costantemente al limite. E, paradossalmente, è proprio in quei ritiri, in quelle domeniche finite anzitempo, che si ritrova una parte essenziale dell’identità sportiva di Fernando Alonso e Carlos Sainz: piloti che non hanno mai accettato di essere semplici passeggeri di una macchina affidabile, ma che hanno sempre preteso di domarla, anche a costo di pagarne il prezzo.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, Aston Martin
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