Da quando Liberty Media ha acquisito la Formula 1, nel 2016, la massima categoria del motorsport ha vissuto una trasformazione senza precedenti. Da sport di nicchia, prevalentemente europeo, è stata elevata a livello globale grazie all’approccio del colosso americano. Oggi numerosi governi e promoter sono disposti a pagare cifre straordinarie per ospitare un Gran Premio sui propri circuiti.
Uno degli strumenti principali di questa trasformazione è stata una piattaforma di streaming tra le più note al mondo: Netflix. La collaborazione tra Liberty Media e il gigante dello streaming ha portato alla produzione di una docuserie che racconta ogni campionato dal 2018 a oggi: la celebre “Formula 1: Drive to Survive”. Giunta all’ottava stagione, che narrerà le vicende dello scorso campionato, la serie dovrebbe essere disponibile in vista della prossima primavera.
Il prodotto audiovisivo ha acceso la curiosità dei fan, ma guardandolo episodio dopo episodio emergono numerose discrepanze rispetto alla realtà. Un documentario dovrebbe raccontare i fatti, non inventarli. Interviste ai piloti decontestualizzate, risse verbali tagliate ad arte, giornalisti che sembrano teleimbonitori al servizio del potere: tutto questo per vendere al meglio il prodotto “F1” che Liberty Media vuole proporre.
La docuserie divide i piloti: alcuni la apprezzano, altri la criticano duramente. Max Verstappen, ad esempio, è tra i suoi critici più accesi, con frecciatine non solo alla serie, ma all’intero sistema che la sostiene.

Se invece a raccontare la Formula 1 fosse HBO?
Durante questa pausa dalla F1, mi sono dedicato alla visione di una docuserie HBO, “Celtics City”, che racconta la storia della franchigia di basket più vincente dell’NBA: i Boston Celtics. In nove episodi da un’ora ciascuno, la serie ripercorre la storia della squadra dalla fondazione nel 1946 fino ai giorni nostri, intrecciando vittorie, sconfitte, aneddoti sui giocatori più rappresentativi e il rapporto identitario con la città del Massachusetts.
Non sono un appassionato di basket, eppure l’approccio della HBO è coinvolgente anche per chi non segue lo sport. Ogni intervista a giocatori, allenatori, dirigenti, avversari, ma anche giornalisti, scrittori e personaggi che appartengono al mondo dello spettacolo, era impregnata di epica, di quella “aura” che ti spinge a guardare un episodio dietro l’altro.
Cosa che non accade con la docuserie della F1. Anche io, spinto dalla curiosità, ho visto “Drive to Survive” e già dal primo episodio ho percepito che qualcosa non andava. Ho continuato fino alla stagione 2020, ma, considerando quanto accaduto nel 2021, se avessi visto anche quella successiva, non avrei mai fatto pace con lo sport che amo.

Gli appassionati della F1 meritano di più
Perché gli appassionati di basket possono godere di prodotti di altissimo livello, come “Celtics City” o “The Last Dance” sugli Chicago Bulls, mentre quelli della Formula 1 si devono accontentare di reality show con scrittura debole e narrazione vicina al fantasy?
Certo, ci sono differenze tra basket, sport popolare, e F1, sport un po’ meno “leggibile”. I giocatori di basket parlano apertamente, i piloti sono più riservati. Ma questo non giustifica un racconto superficiale. La Formula 1 ha una storia gloriosa di oltre 75 anni, con uomini che hanno sacrificato corpo e vita per la categoria, e merita un racconto fatto di fatti veri ed epica autentica.
Oggi questa qualità la producono alcuni youtuber appassionati, con i pochi mezzi a disposizione. Ma non potranno mai eguagliare la qualità che potrebbe offrire HBO o, soprattutto, Liberty Media. Basterebbe volerlo. Noi appassionati meritiamo molto di più.
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Crediti foto: Netflix, HBO





