È possibile avere amici in un ambiente spietato e competitivo come quello della F1 in cui, inutile negarlo, convivono relazioni di convenienza, alleanze temporanee, equilibri fondati sull’interesse reciproco che hanno storicamente caratterizzato il paddock più che legami autentici? Bernie Ecclestone, proprio lui che del cinismo amministrativo ne ha fatto una bandiera, ritiene di sì. Lui che ha sempre raccontato lo sport con una franchezza disarmante. Lui che anche quando parla di rapporti personali non deroga a questa linea.
In un’intervista concessa al quotidiano svizzero Blick, l’ex patron della Formula 1 ha offerto una riflessione sul concetto di amicizia applicato al suo ambito operativo, restringendone il perimetro a pochissimi nomi. “Ho diversi amici che sono venuti e usciti, ma di veri amici direi di averne avuti quattro. Sì, quattro”, ha spiegato lo scafato manager come riportato da SoyMotor. Un elenco breve, che dice molto di più per ciò che esclude rispetto a ciò che include.

Tre di quei quattro, ha aggiunto, non ci sono più: Jochen Rindt, Max Mosley e Niki Lauda. Figure centrali non solo nella sua vita personale, ma anche nella costruzione della Formula 1 moderna. Rindt, campione tragico e simbolo di un’epoca in cui il rischio era parte integrante del mestiere; Mosley, architetto politico e regolamentare dello sport; Lauda, pilota, manager e coscienza del paddock. Uomini con cui Ecclestone ha condiviso stagioni di conflitti, decisioni impopolari e momenti di svolta.
Il quarto nome, l’unico ancora in vita, è quello di Flavio Briatore. Una scelta che non sorprende chi conosce la storia della Formula 1 degli ultimi quarant’anni. Ecclestone e Briatore hanno incarnato, ciascuno a modo proprio, una visione manageriale aggressiva, spregiudicata e profondamente orientata al risultato. Ma nelle parole di Bernie, l’amicizia non nasce dall’affinità caratteriale o dal successo condiviso, bensì da qualcosa di più profondo.
“Può essere solo qualcuno con cui hai condiviso il bene e il male per molto tempo, qualcuno di cui ti fidi al 100% e che non ha paura di correre rischi”, ha chiarito. Una definizione che riflette perfettamente il modo in cui Ecclestone ha sempre interpretato i rapporti umani: fiducia totale, assenza di calcolo e disponibilità a esporsi in prima persona.
A rendere concreta questa idea, l’episodio raccontato in chiusura dell’intervista. Quando nel 2010 le autorità italiane confiscarono lo yacht di Briatore per una questione legata a tasse non dichiarate, Ecclestone intervenne senza esitazioni. “L’ho comprato all’asta e gliel’ho rivenduto allo stesso prezzo, più un dollaro. Per me, questa è amicizia”. Un gesto che va oltre la solidarietà formale e che racconta un codice personale lontano dalle logiche di opportunismo.

Nel racconto di Ecclestone emerge una Formula 1 diversa da quella patinata di oggi. Un ambiente duro, spesso spietato, in cui i legami autentici si formavano solo attraversando crisi, sconfitte e scelte impopolari. Non a caso, i nomi citati sono tutti protagonisti di passaggi delicati della storia dello sport, uomini che hanno accettato il conflitto come parte del processo decisionale.
Le osservazioni di Bernie non sono soltanto un esercizio di memoria personale. Sono anche una fotografia culturale di un’epoca della Formula 1 in cui la fiducia aveva un peso reale e in cui l’amicizia, quando esisteva, si misurava nei fatti e non nelle dichiarazioni. Un messaggio che oggi suona quasi controcorrente.
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