La promozione di Adrian Newey a team principal ha inevitabilmente attirato l’interesse sul mondo Aston Martin. Un team che da molti osservatori è considerato uno dei riferimenti delle nuova era tecnica in virtù dei grandi sforzi effettuati dalla proprietà per creare una struttura all’avanguardia per poi infarcirla di professinisti di primo livello che potranno contare sulla power unit Honda in uso esclusivo. Un mix potenzialmente esplosivo.
L’ex Red Bull assume quindi anche il ruolo di n°1 del team. Non si tratta di una scelta simbolica: per la prima volta in carriera, il progettista più influente dell’era moderna raccoglie anche una responsabilità di natura manageriale e pubblica. Una decisione che Fernando Alonso accoglie come un passaggio determinante per la maturazione di una squadra ancora relativamente giovane e in crescita, ma che allo stesso tempo apre interrogativi profondi sull’assetto dirigenziale del team e sui limiti operativi di un ruolo che difficilmente potrà essere interpretato da Newey in modo tradizionale.

Adrian Newey: l’uomo giusto al posto giusto?
Alonso definisce la nomina “una buona notizia“, e il concetto è chiaro. L’asturiano sostiene da tempo che la struttura Aston Martin avesse bisogno di una figura capace di indirizzare la ricerca della performance, stabilire priorità e costruire una cultura tecnica condivisa. Newey rappresenta tutto questo: è l’uomo che incarna la filosofia della perfezione ingegneristica, il punto di riferimento ideale per un organico ricco di giovani tecnici e ancora in fase di consolidamento.
Alonso, però, descrive una realtà che porta già verso la prima conclusione analitica: nei fatti, Newey era già il vertice del progetto. Il titolo di team principal non modifica sostanzialmente le dinamiche interne. Era lui a guidare sviluppo e direzione tecnica, mentre Andy Cowell operava sul versante motoristico e Lawrence Stroll manteneva il coordinamento strategico. La formalizzazione, dunque, cambia più l’immagine del team che il suo funzionamento interno.
Ed è qui che emerge il primo nodo: Newey diventa simultaneamente capo squadra e responsabile tecnico, un doppio ruolo che nella Formula 1 contemporanea ha dimostrato di essere difficilmente sostenibile. Un precedente esiste, ed è quello di Mattia Binotto alla Ferrari, caso citato proprio perché mostra i limiti pratici di tale configurazione.
In un contesto regolamentare complesso, con impegni politici crescenti, incontri istituzionali, responsabilità verso i media e gestione interna sempre più articolata, un team principal deve essere presente fisicamente, operativamente e diplomaticamente. Tre fronti che difficilmente possono convivere con il lavoro creativo e strategico che Newey continua a svolgere sulla vettura. In quella Ferrari era Laurent Mekies a collaborare con Binotto. Oggi il supporto di Newey è Mike Krack. Ma lo sarà anche in futuro?

L’altra criticità riguarda la gestione delle gare. Per quanto il ruolo di team principal implichi la presenza costante in pista, è evidente che Newey, per esperienza personale e per inclinazione, non potrà seguire l’intero calendario. Lui stesso, in un recente podcast, ha ammesso di aver sempre cercato di evitare la dimensione politica della Formula 1. È difficile immaginare che ora, a 66 anni, scelga di abbracciarla completamente. E sarebbe altrettanto controproducente per la squadra sottrarre tempo alla principale risorsa di Newey: la ricerca tecnica.
Aston Martin: il pezzo mancante
La conseguenza logica è che nel quadro Aston Martin manca ancora un elemento: una figura manageriale pura, qualcuno che possa assorbire la parte politica, istituzionale e commerciale del team, lasciando a Newey il perimetro tecnico. Un “CEO racing” sul modello McLaren, dove Zak Brown si occupa di tutto ciò che Andrea Stella non può coprire. Il parallelo è perfettamente calzante: Aston Martin ha un’organizzazione moderna, ambiziosa, ma priva di un dirigente dedicato a riunioni dei team principal, trattative con FIA, FOM, sponsor, accordi contrattuali e gestione dei rapporti interni al paddock.

A questo punto il nome che emerge è uno solo: Christian Horner. Il dirigente di Leamington-Spa possiede esattamente il profilo richiesto. È un manager politico, con esperienza nei rapporti istituzionali e nella gestione delle trattative. Conosce la F1 contemporanea, il budget cap, i giochi di potere interni e le dinamiche tra team. Inoltre, ha già condiviso con Newey uno dei cicli tecnici più dominanti della storia moderna.
Le indiscrezioni riportate dalla stampa britannica suggeriscono che i rapporti personali tra i due si siano normalizzati dopo le frizioni del passato. La visita di Horner alle strutture Aston Martin, confermata dalla BBC, e la loro presenza insieme in eventi pubblici alimentano uno scenario che ormai non può essere ignorato.
La tempistica è l’unico limite operativo: Horner sarebbe liberabile solo dopo il periodo di gardening, previsto fino ad aprile 2026. Ma proprio quell’anno coincide con il nuovo regolamento tecnico e con l’inizio della collaborazione Aston Martin-Honda, motivo per cui la squadra necessita di arrivare alla scadenza con un organigramma già definito e un leader politico pronto a operare e che abbia più forza politica e gestionale di Krack.
È, in sintesi, una questione strutturale. Le squadre di Formula 1 moderne non possono più essere guidate da un unico uomo al comando. L’enorme complessità delle operazioni richiede una distinzione chiara: ingegneria da una parte, politica e management dall’altra. Aston Martin ha già individuato il suo riferimento tecnico. Quello politico non è forte, e Horner rappresenta la soluzione naturale, per esperienza, per profilo e per capacità di completare il quadro.

La nomina di Newey, quindi, non chiude il processo di riorganizzazione: lo avvia. E porta inevitabilmente alla domanda che circolerà sempre più insistentemente nel paddock nelle prossime settimane: chi guiderà davvero la squadra sul piano politico?
Le basi tecniche sono salde. Il prossimo passo potrebbe essere quello che completa l’architettura dirigenziale. Per ora è stabilito che Mike Krack sarà la spalla operativa di Newey. Ma con un Christian Horner “a piede libero” e considerando le grandissime ambizioni di Lawrence Stroll che ora vuole raccogliere i frutti di una dispendiosissima semina, il nome del britannico non può essere cassato con troppa superficialità. Con Horner, Aston Martin avrebbe pienamente la struttura necessaria per puntare al vertice della Formula 1 moderna.
Crediti foto: Oracle Red Bull Racing, Aston Martin
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