La F1 del 2026 viene ormai raccontata come l’alba di una nuova era, capace di rilanciare lo spettacolo e di riallineare lo sport alle esigenze tecnologiche e politiche. Power unit diverse, vetture più piccole e leggere (non di molto ad essere onesti), aerodinamica semplificata nella parte inferiore della scocca con l’addio ai Canali Venturi e una quota elettrica senza precedenti nel mix della potenza disponibile. Tuttavia, dietro l’entusiasmo per il cambiamento, si nasconde un quadro molto più complesso, fatto di interrogativi tecnici, rischi sportivi e possibili squilibri competitivi.
A sottolinearlo è David Coulthard, che in un’intervista concessa a F1Technical ha messo in guardia da una trasformazione che non sarà soltanto estetica o concettuale, ma che modificherà in modo sostanziale il modo stesso di correre ruota a ruota in Formula 1.
Secondo l’ex pilota scozzese, il fatto stesso che la FIA e i team abbiano discusso a lungo il futuro delle regole motoristiche è indicativo di una mancanza di certezze. Il nuovo regolamento prevede una suddivisione quasi paritaria tra potenza elettrica e motore termico. Una scelta ambiziosa, ma che porta con sé conseguenze profonde sul comportamento delle vetture in pista.

F1 2026: sarà necessario reinterpretare lo stile di guida?
Coulthard evidenzia come il profilo classico dell’accelerazione in uscita di curva sia destinato a cambiare. Nella Formula 1 attuale, il pilota esce dalla curva, accelera progressivamente fino a raggiungere la velocità massima, quindi frena per affrontare il tratto successivo. La mutazione preconizzata dall’ex Williams e McLaren, chiaramente, comporterà una revisione profondo dal modo di guidare.
Le nuove unità propulsive e le relative modalità di utilizzo, lo “schema classico” di driving rischia di saltare: l’energia elettrica disponibile potrebbe esaurirsi prima del termine del rettilineo, lasciando la vettura in una fase in cui la resistenza aerodinamica supera la potenza effettivamente erogata.
Il risultato, nelle parole di Coulthard, è una macchina che accelera fino a un certo punto, poi smette di spingere, penalizzata da un drag superiore alla potenza residua. Un’ipotesi che apre scenari inediti, ma anche potenzialmente problematici, soprattutto in fase di sorpasso e difesa della posizione.
Da qui nasce una delle principali incognite del regolamento 2026: il rischio che le vetture risultino complessivamente più lente. Non solo per la nuova architettura della power unit, ma anche per un pacchetto aerodinamico che ridurrà il carico complessivo. Le monoposto saranno più piccole, più leggere e con meno downforce, una scelta pensata per migliorare l’efficienza e contenere le prestazioni assolute.

In termini di cronometro, questo si tradurrà quasi certamente in tempi sul giro più alti. Ma la lentezza, come sottolinea lo stesso Coulthard, non è necessariamente un male. Anzi, se i valori si comprimono, le differenze potrebbero diventare minime, rendendo ogni dettaglio tecnico e ogni scelta di setup potenzialmente decisiva.
È proprio qui che si annida il doppio volto della rivoluzione 2026. Da un lato, una Formula 1 più equilibrata, con distacchi ridotti e maggiore enfasi sull’esecuzione complessiva. Dall’altro, il rischio sistemico che accompagna ogni grande reset regolamentare: che un costruttore interpreti meglio di tutti il testo normativo e costruisca un vantaggio difficilmente colmabile.
Coulthard richiama esplicitamente il precedente dell’era ibrida iniziata nel 2014, quando Mercedes si presentò con una power unit talmente superiore da rendere secondaria la qualità complessiva del telaio. Un dominio nato non da un dettaglio marginale, ma da una lettura più efficace delle regole tecniche, capace di orientare un intero ciclo regolamentare.
Il parallelismo non è casuale. Anche nel 2026 il cuore della prestazione sarà la power unit, e in particolare la gestione dell’energia elettrica. Chi riuscirà a massimizzare l’efficienza del sistema, a ottimizzare i flussi di energia e a integrare al meglio motore, batteria e aerodinamica, potrebbe scavare un solco profondo rispetto alla concorrenza. Almeno all’inizio.
In questo senso, la promessa di una Formula 1 più combattuta convive con il timore di una nuova asimmetria prestazionale. Le regole sono state scritte per favorire la convergenza, ma la storia insegna che l’ingegneria trova sempre margini di differenziazione, soprattutto quando si introduce una tecnologia così complessa.
La Formula 1 del 2026 è un vero banco di prova per la sostenibilità tecnica e sportiva del campionato. Le novità sono molte e profonde, ma le incognite lo sono altrettanto. Come spesso accade, sarà la pista a fornire le risposte definitive, confermando o smentendo le previsioni. E, come ammonisce Coulthard, il rischio più grande non è il cambiamento in sé, ma che questo produca un nuovo squilibrio invece di correggere quelli esistenti. Punto di vista già espresso da Gary Anderson, tra l’altro.
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