Quando si parla del ciclo tecnico 2026-2030, inutile girarci intorno, l’ombra del 2014 continua a spaventare. È un riflesso quasi automatico nella memoria collettiva della Formula 1: l’introduzione delle power unit ibride V6 turbo segnò l’inizio di un’era di dominio strutturale, con Mercedes e l’unità prodotta a Brixworth capaci di creare un solco tecnico, industriale e competitivo che il resto del paddock impiegò anni a colmare. Una frattura che non fu solo sportiva, ma anche narrativa, influenzando il modo in cui tifosi e addetti ai lavori percepirono l’intero regolamento.
È proprio su questo punto che interviene Jock Clear, figura di lungo corso nel paddock e per anni uomo Ferrari, oggi convinto che il contesto sia radicalmente diverso. “Il 2026 non sarà un replay del 2014”, ha spiegato, sottolineando come la FIA abbia inserito strumenti specifici per evitare che una singola unità motrice possa diventare rapidamente irraggiungibile.
Clear individua un elemento fondante: la consapevolezza istituzionale. Nel 2014 la Formula 1 si trovò davanti a un salto tecnologico senza precedenti, ma privo di meccanismi correttivi realmente efficaci. Il congelamento di fatto delle architetture arrivato in corso, la limitata possibilità di sviluppo e l’assenza di concessioni strutturate cristallizzarono i rapporti di forza. Chi partì davanti restò davanti, trasformando il vantaggio iniziale in una rendita pluriennale.

F1 2026 – 2030: la forza dell’esperienza
Il regolamento 2026 nasce invece come reazione diretta a quell’esperienza. Non solo sul piano tecnico – con una ripartizione diversa tra parte endotermica ed elettrica, carburanti sostenibili e maggiore integrazione software – ma soprattutto sul piano politico e regolamentare. Come sottolinea Clear, “i sistemi che sono stati studiati per gestire le differenze di prestazioni tra le power unit sono in realtà molto buoni e dovrebbero consentire ai team di reagire”. È una frase che va letta oltre il semplice ottimismo: racconta un cambio di paradigma.
La FIA, insieme ai team e Liberty Media (coloro i quali siedono nella F1 Commission), ha interiorizzato l’errore del 2014. Il nuovo regolamento introduce forme di concessione, finestre di sviluppo più elastiche e strumenti di riequilibrio sul fronte motoristico pensati per evitare che un costruttore possa blindare un vantaggio tecnico irreversibile nelle prime fasi del ciclo. Non è una garanzia di equilibrio assoluto, ma è un’assicurazione contro la stagnazione competitiva. Potrebbe ovviamente succedere che all’inizio qualcuno parta molto più avanti, ma si pensa che la fuga possa durare poco grazie ai contrappesi postulati dal legislatore.

F1 2026: c’è più consapevolezza tecnica
C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: la maturità tecnica. Nel 2014 molti costruttori sottostimarono la complessità dell’ibrido, sia dal punto di vista ingegneristico sia da quello organizzativo. Oggi il livello medio di competenza è incomparabilmente più alto. Audi (che ieri ha portato in pista la R26 a Barcellona) entra con una struttura full works già impostata, Honda torna con un’esperienza accumulata, Ferrari e Mercedes hanno interiorizzato dieci anni di power unit ibride, mentre Red Bull Powertrains rappresenta un’anomalia che nasce già all’interno di un ecosistema regolamentato e vigilato.
Clear lega questo scenario anche alla salute complessiva dello sport. “È uno dei motivi per cui lo sport gode di ottima salute, perché la gente ne parla”, osserva, rimarcando come l’interesse non sia più confinato al duello in pista, ma si estenda alla costruzione del futuro. Il fatto che il 2026 sia al centro del dibattito da oltre un anno è indicativo di una Formula 1 che ha imparato a gestire le transizioni, rendendole parte integrante del racconto sportivo.
In questo senso, il timore di un nuovo 2014 appare più come un riflesso condizionato che come un rischio concreto. La Formula 1 di oggi è un sistema più reattivo, meno dogmatico anche se puntualmente normato e vincolato, più disposto a intervenire per preservare la competizione. Non per livellare artificialmente, ma per evitare che l’innovazione diventi una barriera invalicabile.

Il 2026 potrà certamente produrre differenze prestazionali, ed è inevitabile che qualcuno parta meglio di altri. Ma la differenza sostanziale rispetto al passato sta nella possibilità di correggere la rotta. È questo l’anticorpo più importante sviluppato dallo sport: la capacità di non restare prigioniero delle proprie regole. Come suggerisce Clear, il nuovo ciclo tecnico non va letto come una replica, ma come una risposta. E forse, proprio per questo, rappresenta uno dei passaggi più delicati e interessanti della Formula 1 moderna.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, Audi
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