Il possibile ritorno del Gran Premio di Germania nel calendario di Formula 1 non è una questione nostalgica né meramente sportiva. È, piuttosto, un tema politico, industriale e strategico che mette a nudo una contraddizione sempre più evidente nella governance del Circus: l’assenza strutturale della principale economia europea da un campionato che ambisce a rappresentare l’élite tecnologica globale dell’automotive.
Le parole di Stefano Domenicali sono, da questo punto di vista, estremamente chiare. Il CEO della Formula 1 non chiude la porta alla Germania, anzi ribadisce un interesse esplicito, ma pone una condizione che va oltre il semplice entusiasmo sportivo: il ritorno deve essere una priorità per il mercato tedesco. In un contesto in cui la domanda globale di Gran Premi supera l’offerta, Liberty Media non ha alcuna intenzione di essere proattiva verso chi non dimostra una volontà politica ed economica forte. “Non siamo disperati, perché abbiamo molte richieste in tutto il mondo”, ammette Domenicali a Motorsport Magazine, chiarendo implicitamente come il baricentro decisionale si sia spostato dai circuiti storici ai mercati capaci di presentare pacchetti finanziari e istituzionali solidi.

Gp Germania: un’anomalia del sistema F1
Eppure, il caso tedesco resta peculiare. Per decenni la Germania è stata uno dei pilastri della Formula 1 dell’era Bernie Ecclestone, al punto da ospitare due appuntamenti stagionali tra Nürburgring e Hockenheim. Un’epoca sostenuta non solo dalla tradizione motoristica, ma anche da un ecosistema industriale e mediatico che trovava nei successi di Michael Schumacher prima e Sebastian Vettel poi un volano naturale. Oggi quel legame sembra indebolito, e l’assenza dal calendario dal 2020 – al netto del GP dell’Eifel tenutosi al Nürburgring e nato come soluzione emergenziale durante la pandemia di Covid-19 – certifica una perdita di centralità che va oltre il mero dato sportivo.
Domenicali lo riconosce: la Formula 1 è interessata a tornare, ma solo “con l’organizzatore giusto e l’offerta giusta”. È un passaggio che va letto politicamente. Non si tratta solo di fee o di investimenti infrastrutturali, per quanto Hockenheim abbia già messo sul tavolo un piano di ammodernamento importante. Il nodo è sistemico: senza una chiara assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni e degli stakeholder tedeschi, il Gran Premio rischia di restare un’opzione teorica, schiacciata dalla concorrenza di mercati emergenti e da nuovi accordi pluriennali, come quello che ha già riportato il Portogallo nel sistema europeo.
In questo quadro, il tema dei piloti è quasi secondario, ma non irrilevante. La Germania non dispone più di figure catalizzatrici come Schumacher, Vettel o Rosberg. Nico Hülkenberg, a 38 anni, è l’unico rappresentante stabile, mentre Mick Schumacher ha intrapreso un percorso diverso che l’ha portato oltreoceano, in IndyCar. Tuttavia, ridurre la questione tedesca alla mancanza di eroi nazionali sarebbe una lettura decentrata. La Formula 1 moderna non vive più esclusivamente di idoli locali, ma di piattaforme industriali, tecnologiche e mediatiche.

Il peso politico-economico della Germania
Ed è qui che il peso politico della Germania torna centrale. Nessun altro Paese europeo può vantare, oggi, una presenza industriale paragonabile: Mercedes e Audi sono due giganti dell’automotive globale, entrambi impegnati direttamente nel progetto Formula 1, con la seconda che ha rilevato la Sauber ed è pronta a farsi valere come costruttore a tutto tondo. La loro presenza rafforza inevitabilmente la candidatura tedesca e rende difficile sostenere, nel medio periodo, un calendario europeo privo della locomotiva economica del Vecchio Continente.
Anche il tema dei diritti televisivi, citato da Domenicali, va letto in questa chiave. “Non credo che la televisione in chiaro sia la chiave”, afferma, spostando il focus dalla semplice esposizione mediatica alla costruzione di un “pacchetto giusto” con RTL. È un ulteriore segnale di come la Formula 1 chieda alla Germania non solo passione, ma una strategia integrata che tenga insieme media, promotori e istituzioni.
Il sistema di rotazione europea, già implicitamente adottato per gestire l’eccesso di appuntamenti storici rispetto ai limiti del calendario, rappresenta in questo senso un’opportunità concreta. Ma anche qui, la Germania non può permettersi di restare alla finestra. In un’Europa che accetta la logica della turnazione, l’assenza di Berlino – o meglio, dell’intero sistema tedesco – rischia di diventare una scelta politica più che una conseguenza contingente.
Una Formula 1 che si propone come vetrina globale dell’industria automobilistica e della tecnologia non può permettersi, a lungo, di fare a meno della Germania. Non per romanticismo, non per la storia, ma per coerenza strategica. Spetta ora al mercato tedesco decidere se tornare a essere protagonista o accettare un ruolo marginale in uno sport che, paradossalmente, continua a parlare anche la sua lingua industriale.
Crediti foto: Formulacritica, F1, Audi
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