Per mesi ci hanno raccontato che Aston Martin fosse la squadra da battere nel 2026. Una campagna acquisti faraonica con Adrian Newey come team principal e designer capo, Andy Cowell come grande coordinatore, Enrico Cardile, e un budget enorme (ovviamente vincolato alle regole della F1) garantito da Lawrence Stroll. Il paddock sussurrava di una rivoluzione verde che avrebbe spazzato via la concorrenza appena entrato in vigore il nuovo regolamento. Ma forse, molto più semplicemente, qualcuno ha iniziato a vendere sogni prima di verificare la solidità delle fondamenta.
Il silenzio di Barcellona
I test catalani raccontano una storia diversa rispetto alla narrazione trionfale degli ultimi mesi. Mentre gli altri team macinano chilometri e raccolgono dati preziosi, Aston Martin non è ancora scesa in pista. La squadra di Silverstone ha confermato che parteciperà solamente a due dei tre giorni di test concessi (giovedì e venerdì, ndr), un segnale che difficilmente può essere interpretato come segno di forza o di preparazione avanzata.
Non stiamo parlando di una squadra qualsiasi che cerca di ottimizzare le proprie risorse. Parliamo del progetto che, secondo una vulgata diffusa e quasi incontrollabile, dovrebbe imporsi nella nuova era della Formula 1, quella costruita attorno al genio di Newey e ai muscoli finanziari di Stroll. Se davvero fossero dove tutti pensavano fossero, perché rinunciare a un giorno intero di test?
Honda mette i puntini sulle i
Ed è qui che le recenti dichiarazioni di Koji Watanabe, presidente di HRC, assumono un significato completamente diverso rispetto alla retorica ufficiale. In un’intervista con The Drive, Watanabe ha usato parole che suonano più come un avvertimento che come una dichiarazione di intenti bellicosi.
“Per quanto riguarda la pazienza che Stroll e Newey possono avere, per la mia esperienza, hanno una grande richiesta di velocità e risultati“, ha detto il dirigente giapponese. Una frase che conferma ciò che tutti sospettavano: la pressione dall’alto è enorme, forse troppo grande. Ma è il seguito che dovrebbe far riflettere: “Questa è la prima volta che Aston Martin lavora come team ufficiale e anche con Honda come sviluppatore di unità motorizzanti, quindi sarà essenziale gettare le basi dell’organizzazione e accumulare costantemente le conoscenze“.

Traduzione: calma. Serve tempo. Non aspettatevi miracoli immediati. Parole che stonano con la narrazione della “squadra da battere” costruita in questi mesi. Honda, con tutta la sua esperienza in F1, sa bene che le rivoluzioni tecniche si costruiscono con pazienza e metodo, non con proclami e assegni in bianco.
Il freno a mano di Watanabe
La parte più illuminante dell’intervista arriva quando Watanabe traccia una linea netta tra le ambizioni di Silverstone e la realtà dello sviluppo: “Per il bene di Honda e Aston Martin, non affrettiamo e prendiamo misure forzate“. È una frase che suona come un campanello d’allarme. Il capo di Honda sta sostanzialmente dicendo: rallentiamo, non facciamo stupidaggini per inseguire aspettative irrealistiche.
E poi arriva la bomba vera, quella che dovrebbe far ricalibrare completamente le aspettative sul progetto Aston Martin: “Siamo concentrati sullo sviluppo dell’unità di potenza per questa stagione, ma come parte del nostro programma di sviluppo per il 2026. Anche se l’attenzione è ancora sul 2026, includiamo un piano per il 2027“.
Leggete bene quell’ultima frase. Il 2027. Honda sta già guardando oltre il 2026, l’anno che doveva essere quello della consacrazione. Stanno costruendo un percorso che si estende su due anni, forse anche di più. Questo non è il linguaggio di chi si aspetta di dominare dal primo giorno. È il linguaggio di chi sa che la strada è lunga e tortuosa.

Newey e l’effetto domino
C’è poi la questione Newey, che Watanabe affronta con una franchezza quasi disarmante. Il genio britannico sta chiedendo modifiche continue al telaio, come è nel suo DNA di perfezionista ossessivo. Ma ogni modifica al telaio ha avuto ripercussioni sulla power unit: posizionamento, packaging, integrazione. “Aston Martin ha questo atteggiamento di velocità che sarà molto importante, e Honda lavorerà con loro per mantenere il loro ritmo“, dice il dirigente nipponico.
Sembra quasi che Honda stia cercando di inseguire Aston Martin, piuttosto che lavorare in sincronia fin dall’inizio. È l’immagine di un matrimonio nato con troppa attesa, dove i partner stanno ancora imparando a conoscersi mentre corrono verso una scadenza impietosa. E in Formula 1, questo tipo di approccio raramente porta a risultati immediati.
La depressurizzazione dell’ambiente
Forse è arrivato il momento di ridimensionare le aspettative su Aston Martin per il 2026. Non si tratta di demonizzare il progetto o di dire che è destinato al fallimento. Tutt’altro. Ma è necessario guardare in faccia la realtà: hanno assemblato un super-team in tempi record, ma il tempo per integrare tutte queste componenti, per far funzionare l’alchimia tra personalità forti come Stroll, Newey e Cowell, per costruire quella base organizzativa che Honda considera “essenziale”, non è un optional.

I test di Barcellona, con Aston Martin che rinuncia a un terzo dei giorni disponibili, sembrano confermare che qualcosa non sia andando secondo i piani iniziali. E le parole di Watanabe, con quel riferimento al 2027 che suona più come un salvagente che come un dettaglio, suggeriscono che anche all’interno della partnership qualcuno sta rivedendo le timeline.
Il 2026 potrebbe essere l’anno della costruzione, della messa a punto, degli errori necessari e dell’apprendimento. Il 2027, quello delle ambizioni concrete. E forse, con un po’ di realismo in più, è meglio così. Le rivoluzioni vere si costruiscono con il tempo, non con i titoli dei giornali.
Crediti foto: Aston Martin, Honda
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