Nel vuoto dell’inverno, quando la Formula 1 smette di parlare in pista e inizia a farlo quasi esclusivamente per interposta opinione, anche le certezze più granitiche finiscono per incrinarsi. È in questo contesto che vanno lette le parole di Johnny Herbert su Fernando Alonso e Lewis Hamilton: dichiarazioni che fanno rumore, ma che restano, inevitabilmente, esercizi di interpretazione personale.
Herbert, figura storicamente distante – per usare un eufemismo – dallo spagnolo, ha scelto di rimettere mano a un confronto che accompagna la Formula 1 da oltre quindici anni. Il succo del ragionamento è semplice: a parità di macchina, Alonso sarebbe favorito rispetto a Hamilton nella corsa a un titolo mondiale. Una valutazione che l’ex pilota britannico accompagna con un “purtroppo” rivelatore, più emotivo che tecnico, e che tradisce come il giudizio sportivo non sia mai completamente separabile da una lunga storia personale di frizioni e diffidenze.

Il punto, però, non è stabilire se Herbert abbia “ragione” o “torto”. Non può esserci alcun riscontro oggettivo, né oggi né in futuro. Alonso e Hamilton non avranno mai più la stessa vettura, lo stesso contesto tecnico, la stessa squadra e lo stesso momento storico. Ogni confronto diretto resta confinato nel territorio dell’ipotesi, e come tale non dimostrabile. È il prezzo da pagare quando l’analisi si sostituisce all’azione e la Formula 1 entra nella sua fase più discorsiva, quella in cui bisogna comunque riempire le colonne dei giornali.
Herbert prova a costruire la sua tesi guardando alla stagione appena conclusa, sottolineando la capacità dell’asturiano di estrarre prestazione anche da vetture imperfette, contrapposta a un Hamilton descritto come meno incisivo in condizioni tecniche sfavorevoli. È una lettura legittima, ma parziale. Perché ogni annata è figlia di dinamiche complesse: progetti tecnici, strutture interne, cicli motivazionali e, non ultimo, il peso di carriere ormai prossime alla fase finale. Non tutti, insomma, reagiscono alla medesima maniera.
Le stesse previsioni di Herbert sul prossimo campionato si muovono lungo lo stesso crinale. Nessuno può dire se Ferrari è indicata come riferimento o se Aston Martin come possibile outsider. Anche qui, più che analisi fondate su dati verificabili, si tratta di sensazioni, percezioni, proiezioni. Nulla che possa essere validato prima che i semafori si spengano davvero.
Sul fondo resta poi l’ombra del passato recente. Le parole di Herbert acquistano inevitabilmente un significato diverso se collocate dopo la sua uscita dal ruolo di commissario FIA, maturata in seguito alle polemiche e al tema del conflitto di interessi sollevato apertamente dalla Federazione. Oggi Herbert è libero di esprimersi senza vincoli istituzionali, ma proprio per questo le sue opinioni vanno lette per ciò che sono: opinioni, non sentenze.

Che uno dei critici storici di Alonso finisca per riconoscerne apertamente il valore è un segnale interessante, ma non rivoluzionario. Non riscrive la storia, non chiude il dibattito e non offre verità definitive. È semplicemente l’ennesimo capitolo di un inverno lungo, silenzioso, in cui la Formula 1 sopravvive soprattutto di parole. E in assenza di motori, anche le prese di posizione più tardive diventano materiale prezioso, pur sapendo che resteranno, per sempre, senza controprova.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, Aston Martin
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