Un ciclo tecnico nato come rivoluzione mancata. Questa è la sintesi forse un po’ troppo brutale ma sicuramente realistica della Formula 1 del ciclo 2022-2025. L’effetto suolo doveva rappresentare una svolta epocale. Quattro anni dopo, il bilancio è molto meno entusiasmante delle promesse iniziali. Doveva essere l’era dell’equilibrio, dei sorpassi naturali e delle gare combattute. È stata invece una categoria spesso ingessata, prevedibile nelle dinamiche e povera di vera incertezza sportiva. Guardandola oggi con lucidità, è difficile sostenere che ci mancherà.
Nel 2025 solo quattro piloti hanno vinto una gara: Lando Norris, Oscar Piastri, Max Verstappen e George Russell. Volgendo lo sguardo alle annate precedenti le cose non sono andate meglio. Quattro stagioni di effetto suolo, due campioni del mondo, due squadre dominanti a fasi alterne, ma un perimetro competitivo rimasto sorprendentemente ristretto.
Questa generazione di monoposto era nata con un obiettivo chiaro: migliorare la qualità della competizione in pista. Ridurre la sensibilità aerodinamica, consentire alle auto di seguirsi più da vicino, favorire i duelli. Uguaglianza e spettacolo, però, non sono mai riuscite a convivere davvero. Quando nel 2022 si sono visti combattimenti memorabili, l’equilibrio generale era ancora lontano. Quando la convergenza tecnica è arrivata, soprattutto nel 2023 stradominato dalla Red Bull, ma anche nel biennio 2024-2025, le gare si sono svuotate di contenuto.
La stagione 2025 ha reso evidente il problema strutturale di questo ciclo tecnico. Qualifiche decisive, partenza fondamentale, strategie quasi obbligate da gomme troppo conservative nella concezione e interminabili treni DRS. In queste condizioni, superare in pista è diventato un esercizio quasi impossibile su gran parte dei circuiti. Silverstone, Interlagos e pochi altri teatri hanno continuato a fare eccezione, ma il resto del calendario ha spesso offerto processioni mascherate da strategia.

F1 2022 – 2025, un capolavoro tecnico che ha impoverito lo spettacolo
Sarebbe scorretto negare i meriti tecnici dell’effetto suolo. Dal punto di vista ingegneristico, questa era è stata straordinaria. Le monoposto sono partite sovrappeso e sono diventate le più veloci della storia su tracciati come Monza, abbattendo record che sembravano appartenere per sempre alla vecchia generazione. La corsa allo sviluppo è stata intensa, creativa, a tratti geniale. È lo è stata nella misura in cui esistevano vincoli regolamentari quasi asfissianti. Fondi, ali, sospensioni, raffreddamento, gestione gomme: ogni area è stata esplorata fino all’estremo.
Il ribaltamento dei valori nel 2024, con una Red Bull dominante all’inizio trasformata dopo metà stagione in una McLaren di riferimento assoluto, è la dimostrazione di quanto margine nascosto avessero queste vetture. Ferrari e Mercedes hanno avuto i loro momenti, ma il quadro complessivo resta quello di un’epoca segnata da fasi di dominio più che da una competizione realmente allargata.
Nel 2025 si è finalmente vista una griglia compressa, con distacchi minimi e millesimi decisivi per più posizioni. Ma uguaglianza non significa automaticamente imprevedibilità. È qui che si consuma il vero fallimento. In una Formula 1 viva dovrebbero emergere exploit inattesi, vittorie fuori copione, storie che spezzano l’ordine costituito. In questa era non è quasi mai successo. Non c’è stato nulla di paragonabile a un vincitore inatteso, né si è mai avuto davvero la sensazione che potesse palesarsi.

La seconda metà del 2025 è stata emblematica. Circuiti storicamente spettacolari come Baku, Austin o Las Vegas hanno offerto gare poco entusiasmanti, salvate solo dal contesto di una lotta mondiale ancora aperta. Anche le soluzioni più brillanti, come la gestione strategica di Carlos Sainz a Singapore 2023 (unica gara non vinta dalla fantasmagorica Red Bull RB19, ndr), sono diventate strumenti di difesa più che di attacco. Un capolavoro tattico, ma anche la prova di un sistema chiuso e incatenato.
Il rischio di spingere troppo oltre: il monito verso il 2026
Si può quindi dire che l’era dell’effetto suolo sia stata un fallimento? Sì, se il parametro è il miglioramento dei combattimenti in pista, che era l’obiettivo dichiarato quando si è chiuso il precedente contesto normativo. La “F1 Venturi” ha offerto una delle corse allo sviluppo più affascinanti degli ultimi anni e una lotta mondiale nel 2025 capace di tenere viva l’attenzione, ma non ha mantenuto la promessa fondamentale.
Le parole di Lewis Hamilton prima delle vacanze invernali che volgono al termine hanno sintetizzato un sentimento diffuso: una delle peggiori generazioni, con la speranza che la prossima non sia altrettanto deludente. Piloti, addetti ai lavori e appassionati chiedono la stessa cosa: meno artifici, più corse vere.

F1 2026 – 2030: una scommessa rischiosa
La chiusura dell’era 2022-2025 senza rimpianti non significa però che ciò che verrà dopo sarà automaticamente migliore. Le regole 2026-2030 rappresentano una scommessa enorme: aerodinamica attiva, nuovi rapporti tra potenza elettrica ed endotermica, modalità di gara sempre più complesse e una gestione energetica esasperata. Il rischio è evidente: nel tentativo di correggere i limiti dell’effetto suolo, la Formula 1 potrebbe aver spinto troppo in avanti, affidandosi a un eccesso di tecnologia correttiva.
È un allarme che arriva dall’interno del sistema. Gary Anderson, in un articolo che noi di Formulacritica abbiamo riportato, ha sottolineato come la Formula 1 rischi di superare il punto di equilibrio tra complessità tecnica e qualità dello spettacolo. Il pericolo è passare da una Formula 1 bloccata dai treni DRS a una Formula 1 bloccata da algoritmi, simulazioni e modalità operative.
Se l’era dell’effetto suolo può chiudersi senza nostalgia, il futuro non merita né entusiasmo cieco né condanne preventive. Merita uno sguardo critico, vigile ed esigente. Perché la storia recente lo insegna con chiarezza: promettere una rivoluzione è facile, realizzarla in pista molto meno.
Crediti foto: Scuderia Ferrari, Mercedes-AMG Petronas F1 Team, F1, Chiara Avanzo per Formulacritica
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