Il nuovo ciclo regolamentare della Formula 1, che vigerà a partire dal 2026 e accompagnerà il Circus fino al 2030, viene spesso raccontato come una grande sfida tra costruttori automobilistici. Ferrari, Mercedes, Honda, Audi, Ford e dal 2028 Cadillac rappresentano l’asse portante di una F1 che punta a rilanciarsi come piattaforma tecnologica di riferimento per l’industria dell’auto. Questa lettura, ovviamente corretta, è però incompleta. Parallelamente alla battaglia tra motoristi e telai, si sta infatti consumando una competizione industriale altrettanto strategica, meno visibile ma potenzialmente decisiva: quella tra i grandi gruppi petrolchimici chiamati a sviluppare e fornire i carburanti del futuro.
La F1 2026 non sarà soltanto il banco di prova di nuove power unit ibride, ma anche il laboratorio più avanzato al mondo per i carburanti non fossili ad alte prestazioni. Un ambito in cui il vantaggio competitivo non dipenderà solo dall’efficienza del motore o dall’aerodinamica, ma dalla chimica della combustione. In questo contesto, i fornitori di carburante diventano attori centrali del progetto tecnico, al pari dei costruttori di propulsori.
La mappa delle partnership per il nuovo ciclo regolamentare è già definita e fotografa con chiarezza il peso dei colossi industriali coinvolti. Aramco sarà al fianco di Aston Martin, Castrol accompagnerà Audi nel suo ingresso ufficiale in Formula 1, ExxonMobil fornirà Red Bull e Racing Bulls, Petronas sarà il riferimento per Mercedes, quindi di Williams, Alpine e McLaren, mentre Shell continuerà il suo storico rapporto con Ferrari estendendolo anche a Haas e Cadillac. Non si tratta di semplici accordi commerciali, ma di partnership tecnologiche strutturali, con investimenti pluriennali in ricerca, sviluppo e validazione in pista.

Il punto di svolta è rappresentato dal regolamento FIA che impone, dal 2026, l’utilizzo esclusivo di carburanti 100% sostenibili, non derivati da fonti fossili. Si parla di Advanced Sustainable Fuels, una categoria che include componenti ottenuti da biomasse non alimentari, rifiuti organici, sintesi chimica da CO₂. L’obiettivo non è solo ridurre l’impatto ambientale della Formula 1, ma dimostrare che questi carburanti possono garantire prestazioni comparabili – se non superiori – a quelle dei combustibili tradizionali, anche in condizioni di utilizzo estreme come quelle di una power unit da oltre 1.000 cavalli.
F1 2026 – 2030: un laboratorio per l’automotive
Questo aspetto sposta radicalmente il baricentro della competizione. La F1 diventa una piattaforma di sviluppo accelerato per carburanti drop-in, potenzialmente utilizzabili anche nei motori stradali senza modifiche radicali. In altre parole, il campionato non è più soltanto una vetrina tecnologica, ma un acceleratore industriale per soluzioni che potrebbero avere un impatto concreto sulla transizione energetica del settore automotive globale. E questa spinta potrebbe contribuire a mettere un freno all’idea di una massiccia elettrificazione che spazzerebbe via oltre un secolo di sviluppo del motore a combustione interna che ormai sa garantire altissimi standard qualitativi e di affidabilità.

Per i grandi gruppi petrolchimici coinvolti, la posta in gioco è elevatissima. Aramco, Shell, ExxonMobil, Petronas e Castrol non utilizzano la Formula 1 come semplice strumento di marketing, ma come ambiente di sviluppo ad alta pressione, in cui validare tecnologie che in condizioni normali richiederebbero anni. La complessità di questi carburanti, la loro stabilità chimica, il comportamento in camera di combustione e l’interazione con i lubrificanti diventano elementi determinanti per l’efficienza complessiva della power unit.
In questo scenario, anche piccole differenze nella formulazione del carburante possono tradursi in vantaggi concreti in termini di rendimento termico, affidabilità e gestione energetica. È un livello di competizione che sfugge alle classifiche tradizionali, ma che potrebbe incidere profondamente sugli equilibri in pista, soprattutto nella fase iniziale del nuovo regolamento, quando i margini di convergenza tecnica saranno ancora ampi.
Non va sottovalutato nemmeno l’impatto economico di questa transizione. Lo sviluppo dei carburanti sostenibili comporta costi elevati e richiede infrastrutture industriali complesse. Alcuni team hanno già evidenziato come il costo delle nuove benzine sia superiore alle previsioni iniziali, introducendo un ulteriore elemento di pressione in un ecosistema che cerca equilibrio tra cost cap e innovazione. Anche sotto questo profilo, la capacità dei grandi gruppi petrolchimici di sostenere investimenti a lungo termine diventa un fattore discriminante.

La Formula 1 del ciclo 2026-2030, dunque, non è solo il terreno di scontro tra marchi automobilistici storici e nuovi entranti. È una guerra tecnologica e industriale più ampia, che coinvolge direttamente i principali attori globali del settore petrolchimico, chiamati a ridefinire il concetto stesso di carburante ad alte prestazioni. La pista diventa il punto di arrivo di un lavoro che inizia nei laboratori chimici e negli impianti di sintesi, ben lontano dai riflettori.
In questa prospettiva, la F1 si conferma come uno dei pochi contesti in cui sport, industria e ricerca convergono realmente. Non solo per determinare chi vincerà i mondiali, ma per stabilire chi guiderà lo sviluppo dei carburanti del futuro. Una dimensione meno visibile, ma strategicamente decisiva, che rende il nuovo ciclo regolamentare uno dei più rilevanti nella storia recente della Formula 1.
Crediti foto: Scuderia Ferrari HP, Aston Martin
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